Bush – Man on the run

Si dice “chi ben comincia è a metà dell’opera”.

Non sempre è così, o quantomeno non lo è nel caso dei Bush.

Formatisi agli inizi degli anni ’90, nel periodo di massimo splendore del grunge, il gruppo capitanato da Gavin Rossdale venne alla ribalta della scena rock internazionale con il promettente “Sixteen stone” (1994), a cui fece seguito il buon “Razorblade Suitcase” (1996). L’accostamento coi Nirvana venne quasi naturale: sporche erano le sonorità, trasandato il look. Tutto sembrava andare nella direzione giusta. Gli apprezzamenti arrivarono persino d’oltreoceano. Ma ad un buon esordio, si sa, deve seguire una riconferma importante per poter parlare di successo. E questo non avvenne.

Nel periodo di maggior consenso di pubblico e critica, i Bush non riuscirono a compiere il salto di qualità: i successivi due lavori (“ The Science of Things”, del 1999, e Golden State, del 2001) diedero vita ad una parabola discendente ancora non esauritasi del tutto. Per molti furono i primi segnali di una fine non preventivata . Probabilmente lo furono anche per Gavin che, di lì a breve, iniziò a dedicarsi ad altre attività. Ci sono voluti 10 anni per rivederli di nuovo insieme. Con nuove premesse e vecchie promesse, nel 2011 venne pubblicato “The Sea of Memories”; ma anche quest’uscita discografica non lasciò alcun segno particolare. E fino a qualche mese fa era tutto ciò che sapevamo al riguardo.


Come preannunciato da mesi, ieri è stato pubblicato “Man on the run”, sesto album della “ritrovata” band, prodotto grazie ad una massiccia campagna di crowdfunding.
Lo aspettavamo con ansia, con la speranza che gli anni e gli insuccessi avessero donato alla band quella maturità mai raggiunta finora. Ancora una volta, purtroppo, le nostre aspettative sono state disattese.
Ci spiace constatare come anche questo lavoro sia l’ennesimo tentativo malriuscito di un gruppo che, oramai, naviga a vista cercando di rimanere aggrappato ad una scia esauritasi da tempo. Se in occasione del precedente disco qualcuno ha avuto il coraggio di parlare di “sperimentazione” (che azzardo!), in quest’ultimo lavoro sembra svanita del tutto la verve creativa. Articolato in 14 tracce, per una durata che supera di poco l’ora, nel complesso appare un lavoro mediocre, dove per lo più prevale la sensazione – oltre che lo sconforto, per chi ascolta – di già sentito. Volendo essere buoni, un paio sono i pezzi che “si salvano”, o meglio, che potenzialmente potrebbero avere un discreto ed effimero riscontro commerciale – il classico “momento di gloria” – ma che, a mio  avviso, non lasceranno tracce visibili del loro passaggio.
Eppure, tempo fa, in molti videro in loro i continuatori di quel genere nato a Seattle che ebbe come bandiera un signore di nome Kurt Cobain.

Voto: 5