Intervista ai “TheGiornalisti” allo Smav

Li trovo raccolti intorno ad un tavolo in legno, arruffati, in penombra, barbuti – chi più chi meno. 

I Thegiornalisti nascono, vivono, cantano e corrono da Roma, a bordo del loro Thefurgone, parcheggiato accanto alla mia auto parcheggiata peggio. 

Tre lavori all’attivo (Vol. 1, 2011; Vecchio, 2012; Fuoricampo, 2014) e tanta tanta curiosità per il quarto, in arrivo. 

Mi offrono da bere, accetto. 

Ah, tu bevi ed intervisti?” “Sì, mica scema? 

Allora, Thegiornalisti, iniziamo da una domanda facile facile ed originalissima: perché vi chiamate così?

T: Guarda, adesso faccio come fa Dente, invento una risposta! – gli manda un messaggio vocale e gli dice “oh, sto facendo come fai tu: mi hanno domandato una cosa e sto inventando”. No, scherzo. E’ successo che un giorno siamo andati a fare un provino in uno studio televisivo per provare a diventare una boy band, e siamo andati malissimo. Abbiamo suonato male, cantato male, ma parlato tanto tanto bene. Alla fine, infatti ci hanno detto “voi non dovreste fare i cantanti, provate a diventare giornalisti. 

Siete nati a Roma, sotto il segno di Venditti e quello delle pellicole Verdoniane. Roma, e la romanità, quanto contano per voi?

T: Siamo nati sotto il segno dei Pesci! Roma è quella che ci ha dato vita, che ci ha fatto incontrare e quindi non può che farci da sfondo, con il suo malinconico romano. Venditti poi ha scritto dei bellissimi pezzi, Verdone fatto grandi film. 

Avete pubblicato tre lavori. Il primo, di stampo un po’ sovrannazionale, un rock che mi ricorda gli Strokes, poi Fuoricampo dell’anno scorso, ispirato senza indugi al cantautorato italiano. Come mai questo gap?

T: Effettivamente avremmo dovuto fare un disco di mezzo… No, in effetti ci sta, ci sta. Il primo lavoro era ispirato al rock non nostrano, poi, abbiamo deciso di virare ed ecco Fuoricampo. A noi piace cambiare, e quindi, abbiamo deciso di non restare quelli del primo lavoro, di sperimentare. 

Le Superga, le Polo, la Vespa, il sesso senza preservativo, i synth: vi hanno mai dato dei paninari? Questi anni ‘80 vi piacciono, vi mancano?

T: E’ una moda (?!). A noi piace così, poi se negli ’80 succedeva la stessa cosa, bene. A noi piace proprio così, oggi, nel 2015.

G: Però, aspetta, quando abbiamo parlato di sesso senza preservativo? Non mi ricordo nessun riferimento del genere in nessun testo. Non passi che noi incitiamo questa tendenza… Anche se Tommaso…

T: Sì, effettivamente io lo faccio sempre senza! 

Mentre cantate di 90° minuto e fantacalcio, passate a “Per lei”, ”Proteggi questo tuo ragazzo”, “La mia malinconia è tutta colpa tua”. Ma insomma, siete più cazzari o pipparoli?

T: Siamo entrambe le cose. Non si escludono mica? Ci sono momenti in cui facciamo i cazzari, altri in cui ci diamo giù con le pippe. In realtà, credo che non si possa essere l’uno senza essere anche l’altro. E poi, voglio dire, il Fantacalcio è l’emblema del romanticismo! 

Lucio Dalla, vi accostano spesso a lui, soprattutto per il citazionismo. Mito, mentore, filosofia?

T: Lucio è Lucio. A noi piace e ci ha regalato grossi capolavori, li abbiamo ascoltati tantissimo soprattutto nei due anni precedenti a Fuoricampo. 

 A Napoli, qualche mese fa, avete proposto “Anima fragile” di Vasco. Cosa rispondiamo a tutti quelli che Vasco è un drogato?

T: Fin quando resta quello che ha composto pezzi come “Anima fragile”, appunto, “Albachiara”, “Liberi Liberi”… E poi, droga, non droga: lui s’è fatto i soldi. Lo dice pure in una sua canzone “Io i soldi ce li ho” (“Un gran bel film”, ndr). 

Il prossimo lavoro, quando? E soprattutto, senza spoiler, diamogli un aggettivo.

T: Nel 2016, arriva, arriva. In un aggettivo, direi proprio: disperato. 

Promiscuità è diventata il vostro inno, ormai. Quell’orgia, se permettete, posso immaginarmela con uomini pelosi e con le mutande bianche alla Nanni Moretti?

T: Allora, i maschi del ménage di “Promiscuità” sono sicuramente pelosi, quindi sì. Soprattutto sono barbuti, quindi immaginali così. Per le mutande, io dico rigorosamente in boxer; di quelli che espongono in Via dei Condotti, a Roma: Schostal, un classico. Come questa qua, guarda.

 

Si apre i pantaloni, se li abbassa e mi mostra il suo intimo.

L’intervista, insomma, finisce in mutande. A micro-quadretti, bianchi e blu.

 

 

 

Antonietta Uliano

Immagine di copertina: Giuseppe Caturano