Dalla paura alla fiducia nel proprio cammino: l’intervista a Livia Ferri

Livia Ferri è una musicista romana. Anzi, cantautrice romana. Inserita nella scena musicale italiana da quasi dieci anni, scrive prevalentemente in inglese e si è formata durante lunghi viaggi in macchina ascoltando musicassette. Ho avuto l’opportunità di intervistarla dopo aver assistito al quinto appuntamento di LOVELIVE, rassegna musicale firmata Casa Nostra, durante il quale si è esibita in acustico, riempiendo la sala di piacevoli sensazioni presentando il suo ultimo lavoro, “A Path Made By Walking”, disco-confessione uscito lo scorso novembre dopo il suo primo disco, “Taking Care”, del 2012. Di seguito, l’intervista intima e dolce che ho avuto il piacere di farle. La musica di Livia Ferri è assolutamente da scoprire, studiare e apprezzare in ogni sua sfumatura. 

Pensi di essere cambiata, musicalmente e non, dal tuo primo album, “Taking Care”, uscito nel 2012? 

Credo di sì. Sento di avere molta più consapevolezza e libertà espressiva rispetto a “Taking Care”, il disco di debutto a cui sono ovviamente molto affezionata, ma all’epoca, com’è anche naturale, non ero molto in grado di prendere decisioni con sicurezza. È stato un disco in cui anche le decisioni artistiche sono state prese da più persone, poiché non avevo idea di come si facesse un disco, non avevo le idee chiarissime su tante cose, ad esempio gli arrangiamenti. Con “A Path Made by Walking” mi sono sentita molto più libera di decidere, è stato un lavoro molto più istintivo e veloce ed il risultato è che è un disco molto più omogeneo e rappresentativo di chi sono. E credo che tutti questi cambiamenti siano evidenti anche musicalmente. 

“A Path made by Walking” è la metafora di un percorso che parte dal buio. Ce ne vuoi parlare? 

Quando ho cominciato a scrivere stavo molto male e mi ero bloccata: scrivevo, ma non riuscivo a scrivere niente che mi piacesse davvero, niente che fosse onesto. Ad un certo punto mi sono sbloccata e ho cominciato a scrivere cose così intime che per un attimo ho pensato che fosse troppo, che forse non era il caso. Ma ne è valsa la pena. Ho cominciato a scrivere e mano mano che scrivevo la paura di tante cose diminuiva. È un percorso dalla malattia alla guarigione, dalla morbosità alla coscienza, dalla paura alla fiducia nella vita, nell’esistenza, nel proprio cammino. Fiducia in me stessa e in tutto quello che amo. 

Sappiamo che hai pubblicato, prima dell’uscita dell’album lo scorso novembre, un brano ogni 45 giorni, quasi a creare un vero e proprio percorso perfettamente scandito. Come mai questa scelta? 

Con questa scelta volevamo sperimentare principalmente due cose: invitare il pubblico a seguire tutto il disco, brano per brano, e pubblicizzare ogni brano come fosse un singolo, invitare le persone ad ascoltare attentamente tutto il disco in tutti i suoi movimenti, i suoi passi in un’epoca in cui non si ascolta più un disco intero. L’altro motivo era sperimentare un nuovo metodo di promozione che creasse aspettativa nel tempo, durante tutto l’anno e devo dire che questa scelta ha dato i suoi frutti. 

Nel tuo disco si sente molto l’influenza del tempo come un qualcosa che può curare. Credi ci sia un rapporto tra il tempo e la tua musica? 

Il tempo è sempre stato un argomento fondamentale per me ma non credo che abbia sempre la capacità di curare…Lo percepisco più come ciò che rende unico e irripetibile ogni attimo di vita e questo tema è sempre molto presente, in un modo o nell’altro, nei miei brani. 

Mi sono perdutamente innamorata delle illustrazioni dell’album! Come e quando hai scoperto la tecnica 1Line e come mai hai deciso di adottarla per questo progetto? Credi che ci sia un nesso tra la tua musica e l’immediatezza e la semplicità di questi disegni? 

Conoscevo già questa tecnica, non ricordo dove la vidi la prima volta ma diversi anni fa vidi un disegno fatto da Martha Ter Horst realizzato con questa tecnica e me ne innamorai di nuovo. Ho voluto fortemente rappresentare graficamente i brani in questo modo proprio perché sentivo un forte nesso tra la scrittura dei brani e questa tecnica che prevede di disegnare senza mai staccare la penna dal foglio, con un unico tratto. 

Hai detto di esserti avvicinata alla musica molto piccola, macinando audiocassette durante i viaggi in macchina. Cos’ascoltavi? E quanto pensi ti abbiano influenzato i tuoi idoli (se ti hanno influenzato)? 

Ascoltavo un po’ di tutto, le musicassette di quei viaggi erano miscellanee di musica scelta dai miei genitori. Contenevano di tutto, da Fiorella Mannoia a Battisti, Dalla, Bertè, Beatles, Rolling Stones, Janis Joplin, Jimi Hendrix, King Crimson, Jethro Tull, Nina Simone, Ella Fitzgerald, James Taylor…e via dicendo! Mi piacevano soprattutto gli anglofoni e sicuramente tra tutti questi i Beatles e James Taylor, Ella Fitzgerald e Nina Simone sono gli artisti che hanno lasciato un segno profondo. Ma non saprei dire se o come mi abbiano influenzato… 

A cosa è dovuta la decisione di comporre in inglese? 

Una preferenza di ritmiche, di metriche, di suono della lingua. Mi piace la sinteticità che ha l’inglese. 

La domanda più personale di tutte, credo. Hai un brano a cui ti senti più legata tra quelli di “A Path made by Walking”? 

Mmm…Non saprei…Mi sento molto legata ad ogni brano di questo disco. Ogni brano rappresenta un piccolo passo nel mio percorso interiore e ognuno di questi passi è importante e fondamentale. 

 

 

Lorenza Carannante