“Nasza Klasa” – Una scomoda verità.

Una storia agghiacciante quanto purtroppo vera è quella che è andata in scena ieri sera al CineTeatro La Perla di Napoli per l’annuale ricorrenza della Giornata della Memoria per la commemorazione delle vittime dell’Olocausto. “Nasza Klasa”, letteralmente “La nostra classe”, è l’emblematico quanto esplicativo titolo dello spettacolo tratto dal testo di Tadeusz Slobodzianek e per la regia di Massimiliano Rossi, che è stato portato per la prima volta in Italia dopo aver riscosso un enorme successo durante le edizioni rappresentate in Inghilterra, Spagna, Polonia, Canada, Stati Uniti, Ungheria, Brasile e Giappone. La pièce andrà in scena anche oggi alle ore 21 e si avvale della partecipazione di Angela Rosa D’Auria, Cinzia Annunziata, Giulia De Pascale, Daniele Sannino, Raffaele Ausiello, David Power, Pietro Juliano, Nello Provenzano, Peppe Villa e dello stesso regista, Massimiliano Rossi.

Una verità sicuramente scomoda quella che poi viene svelata sul finire della messa in scena, ma partiamo dal principio. Dieci compagni di classe, cinque ebrei e cinque polacchi, raccontano le vicende degli anni che da poco prima della Seconda Guerra Mondiale arrivano fino ai giorni nostri, tra amicizie, amori, tradimenti, violenze e bugie. La scenografia è essenziale: banchi e sedie e, sullo sfondo, una sorta di altarino con, tra svariate candele, i simboli che caratterizzarono la Polonia di quegli anni: una svastica, falce e martello, un crocifisso, una stella di David. Simboli anch’essi scomodi, pesanti, ma storicamente ragguardevoli. Tutto ha inizio in quella che sembra essere una vera e propria classe, appunto. Ogni alunno, a turno e alzando la mano, confessa cosa vorrebbe diventare da grande: una sarta, un dottore, una star del cinema, un soldato; sogni delicati come solo quelli di uno scolaro possono essere. Speranze che però saranno spezzate da una guerra combattuta tra le mura di casa, e soprattutto tra “compagni di classe”. Dorit, Zocha, Rachele, Giacobbe, Rysiek, Menachem, Zygmunt, Heniek, Wladek e Abramo sono i protagonisti-prova, esempio del fatto che il genocidio che avvenne in Polonia nell’estate del 1941, precisamente a partire dal 24 giugno, non fu opera della gendarmeria di Hitler, come fu invece sostenuto per tanti anni, ma di parte della popolazione di Jedwabne, un piccolo paese dell’Europa centrale, che assassinò circa 1600 ebrei stipandoli in un fienile e bruciandoli vivi. Lo spettacolo dura circa due ore e si stende in una serie di dialoghi particolari, caratterizzati forse proprio da quella durezza che in un certo qual modo destabilizza ma che al contempo fa riflettere. 

Ogni anno ci ritroviamo a fare i conti con i buoni propositi, raggiunti o meno, di un’umanità che sembra non fare più parte del mondo. Un’umanità che di umano ha ormai ben poco, ed è la storia, purtroppo, a ricordarcelo ogni giorno, tra un giornale e un altro, tra un avvenimento di cronaca, l’episodio finito male, o anche solo il racconto di un anziano che ricorda quei tempi. Questo spettacolo aiuta a farci riflettere proprio su questo, su quanto possa essere labile il confine tra i propri interessi e l’empatia tra quelle che furono definite “razze”, ma che in realtà erano solo religioni diverse. Ma si sa, la religione è un argomento delicato e lo era già all’epoca; sono stati necessari, infatti, ben sessant’anni per far tornare a galla la verità, che io definisco scomoda, ma che chiunque potrebbe definire tale dopo aver assistito a un tale racconto: gli stessi compagni di classe, i cinque polacchi, proprio loro avevano deciso di mettersi contro gli ebrei, tradendo così la fiducia di quelli che fino a qualche istante prima li aveva definiti “amici”. L’assassinio si apre con l’uccisione singolare e simbolica di Giacobbe, giovane ebreo accusato dai suoi compagni di tradimento e speculazione. Poi, la violenza sulla donna di un loro compagno che riuscirà a salvarsi. Ma tutto, infine, arriverà allo stesso capo: sia coloro che riusciranno a salvarsi (carnefici, per lo più), che tutti gli altri, si ritroveranno a vivere una vita di stenti, tra sconfitte e lutti, che li condurranno, negli anni 2000, alla pazzia e, alla fine, ad una morte piena di rimpianti, dopo essere stati perseguitati per tutta la loro esistenza dai fantasmi di coloro che erano stati ingiustamente assassinati. 

Una menzogna durata quindi sessant’anni e scoperta grazie a Jan Gross, professore di storia alla New York University e veterano del ‘68 polacco, il quale ha rinvenuto in un archivio di Varsavia la testimonianza dimenticata di un sopravvissuto; il risultato è stato “Neighbours”, edito in Italia da Mondadori con il titolo “I carnefici della porta accanto”, un libro che ha incendiato l’opinione pubblica polacca e ha costretto l’allora presidente Kwasniewski a chiedere pubblicamente perdono, che ha estorto un mea culpa dal Capo della Chiesa e obbligato gli storici e la popolazione della Polonia a confrontarsi con una verità agghiacciante: quella di non essere stati solo vittime, ma veri e propri criminali di guerra.

 

 

Lorenza Carannante

“Nasza Klasa” – Una scomoda verità. ultima modifica: 2016-01-28T17:56:53+00:00 da Lorenza Carannante