“C’è una casa nel bosco” di Serena Venditto

Cari amici, oggi vi presento un libro speciale. L’autrice è una bella ragazza napoletana dai capelli rossi e dagli occhi chiari da gatto. Prima di lasciarvi in compagnia delle sue parole, voglio raccontarvi il mio incontro con C’è una casa nel bosco. Incuriosita dal titolo, che ho trovato subito molto familiare, ho sfilato il volume dalla mia libreria Homo Scrivens. 

Mi sono imbattuta così in un divertente giallo, dove il gatto Mycroft la fa da padrone. 

Nelle prime pagine c’è un utile specchietto di presentazione dei numerosi personaggi nati dalla penna di Serena Venditto, dedicategli qualche minuto perché nessuna descrizione è lasciata al caso. A proposito di descrizioni, a pagina 26, ho sottolineato qualche rigo nel quale ho scovato una “lettera d’amore” per la città di Napoli: “Questo pensavo mentre uscivamo dalla città, lasciando alle nostre spalle un Vesuvio abbondantemente spruzzato di neve, un mare di cobalto e i vicoletti del centro storico invasi da turisti di ogni provenienza in fila davanti alle pizzerie storiche con una frittatina in mano per ingannare l’attesa o nelle botteghe di pastori del presepe, a comprare Madonne o Hamsik in miniatura. A volte la mia città assomiglia davvero alla cartolina che hanno spacciato per secoli in giro per il mondo, e viverci dentro è una sensazione tutt’altro che spiacevole”. 

Ma non è proprio la solita cartolina quella di Serena. Direi che le sue riflessioni assomigliano di più alla constatazione di uno stato di fatto. Napoli è davvero quella metropoli multiculturale ben rappresentata dall’eterogeneo gruppetto di coinquilini di via Atri. Il gruppo è formato da un’italiana, un sardonigeriano, un giapponese, un’italoamericana e un gatto. 

Mentre i protagonisti vivono la loro avventura, tra sentimenti contrapposti e situazioni drammatiche che si alternano a momenti brillanti e divertenti, l’autrice inserisce con sapienza dei focus sulla cultura giapponese. Kobe racconterà, a pagina 125: “«Sai una cosa? In Giappone quando vaso si rompe noi ripariamo usando oro, sai perché? … Perché si deve vedere: una ferita è una storia, e qualcosa che ha storia è più bello. Capito, sì?» 

Non esiste una storia senza ferite, e non c’è niente di bello che non abbia una storia.”  In questa citazione mi ci ritrovo pienamente. 

Adesso non mi resta che presentarvi la cara Serena: 

“C’è una casa nel bosco” perché hai scelto questo titolo? 

Come Aria di neve, il primo della serie del gatto detective Mycroft, mi ricordava una canzone 

Mi racconti in breve la storia? 

Un matrimonio in una villa nel cuore di un bosco innevato, nell’arco di una notte avviene di tutto, anche un omicidio. A indagare sono i coinquilini detective di via Atri, 36 

Questo tuo romanzo è il secondogenito di un altro libro. Vuoi raccontarlo? 

“Aria di neve” è una commedia gialla ambientata nel centro storico di Napoli, 4 coinquilini umani (l’archeologa giallista malù, il sardonigeriano Samuel Magnum Solinas, il pianista giapponese Kobe e la traduttrice italoamericana Ariel, che è anche il narratore) più il loro gatto indagano su un suicidio molto sospetto che si scopre nel Palazzo. 

Quale messaggio ti piacerebbe lasciare al lettore attraverso la tua opera? 

Che con l’ironia si può sopravvivere. A meno che non ti piantino un pugnale fra le scapole, è ovvio. 

Nel libro sono presenti numerosi personaggi. Quale preferisci? 

Io amo tutti, Kobe però mi fa ridere sopra ogni cosa. 

Come nasce questo libro? 

Ero a un battesimo e ci fu un terremoto. Non accadde nulla, però pensai … e se morisse qualcuno durante la festa? 

Ti sfido. Elenca dieci parole rappresentative dell’opera. 

Delitto, famiglia, gatto, amici, poirot, giallo, matrimonio, gatto gatto gatto… 

Ora dieci parole che rappresentano te 

Carta e penna, ricci Rossi, ironia, shopping, gatti, libri libri libri… 

Dimmi un motivo per cui un lettore dovrebbe scegliere di leggere il tuo libro. 

Perché penso sia divertente.

 

 

Maura Messina