Lorenzo Campese canta Bowie.

Con il solo ausilio della sua tastiera (principalmente un piano elettrico distorto) e di un pedale multi effetto, venerdì 20 maggio 2016 Lorenzo Campese canterà David Bowie all’Archeobar Cafè Letterario di via Mezzocannone a Napoli. Il giovane musicista napoletano (membro delle Isole Minori Settime) renderà omaggio a una delle maggiori icone della cultura occidentale contemporanea, il Duca Bianco. La scaletta di Lorenzo Campese sarà caratterizzata da quelle che possiamo definire “gemme oscure” di Bowie, brani che sottolineeranno la varietà stilistica ed espressiva di Bowie sfuggendo dalle solite hit e i soliti classici. Da qui l’omaggio al cantautore inglese, da qui un live – percorso da “Life on Mars?” al visionario testamento di “Blackstar”. Ospiti della serata il cantautore Nino Bruno insieme al cantante-attore Marco Francini.

Per l’occasione abbiamo rivolto qualche domanda a Lorenzo e ne è venuta fuori l’intervista che segue. Buona lettura!

Lorenzo, vorrei ascoltassi queste canzoni (1) (2), sono due brani a cui sono legato da sempre. Penso abbia capito dove voglio andare a parare: raccontaci del tuo rapporto con le sigle tv e soprattutto con i videogiochi. Come, quali e perché?

Sul perché, in realtà, fatico ancora a trovare una risposta, così come fatico a spiegarmi il fatto che io ricordi perfettamente risultati e marcatori di ogni partita del Napoli dal 1995/96 ad oggi. La prima sigla che mi hai fatto ascoltare non ce l’ho presente, la seconda sì, perché sebbene il video reciti 1978, è stata tenuta come stacchetto di Domenica Sprint fino al primo periodo di cui ho memoria calcistica, intorno al ’95, la mia terza elementare. Disegnavo treni della Cumana (il mezzo con cui andavo a scuola), oppure Agostini e Pecchia. Ma la tua domanda era un’altra. Ricordo in particolare di aver trovato melodia e accordi de La Signora in Giallo, Duck Tales, L’Ispettore Derrick, le previsioni del tempo di Rai Tre (Guido Caroselli dalla folta barba nera), Tetris, Super Mario (le versioni variavano durante gli anni, e ovviamente dovevo imparare ogni nuova musica), Puzzle Bobble e quella musica seicentesca col clavicembalo e l’orologio blu sullo sfondo che intervallava i programmi Rai della sera, non so se te la ricordi. I lunghi pomeriggi a casa dei nonni, dove i miei mi parcheggiavano per esigenze lavorative, sono stati fondamentali per diventare una sorta di “spugna acustica”. Stesso discorso per le giornate trascorse nella sala giochi di Marina di Ascea, dove in mancanza di gettoni fingevi di fare una partita pure se lo schermo ti sbatteva in faccia la scritta lampeggiante “INSERT COIN”, e intanto la musichetta ti si infilava per sempre nel cranio.

Hai la passione per la scrittura. Cosa leggi e cosa scrivi? Un autore/gli autori ed un libro/i libri che ti hanno formato. L’ultimo libro che hai letto?

Se devo dirti un autore a bruciapelo ti dico Nick Hornby, che ha occupato buona parte dei miei ultimi due anni da lettore, influenzandomi particolarmente. L’ultimo libro letto invece è “Fantasia” di Bruno Munari, una sorta di guida pseudo-scientifica alla creatività, cosa che in effetti può sembrare una contraddizione in termini, ma a me le contraddizioni in termini attraggono assai. Ho varie e colpevoli falle nel mondo della letteratura mondiale, non ho una mappatura precisa di autori e generi, ma so dirti che adoro Pennac, Saramago, Campanile, Rodari, Benni, Burgess, Bradbury, Joyce, Asimov, Nabokov e sicuramente altri che ora non mi vengono in mente. Una volta che vinco il duello iniziale con la resistenza a fare altro, mi ci immergo completamente e inizio a parlare come l’autore o il protagonista, vado a periodi, e in quel tipo di periodi le persone attorno a me mi piglierebbero a mazzate. Scrivo racconti ma non ne ho mai completato uno, filastrocche in rima e aforismi pseudo-logico-demenziali nati sotto forma di sms notturni, poi raccolti in un enorme file word e, pure quelli, mai usciti fuori dal mio computer. E poi un saggio su David Bowie, guarda caso, in corso di pubblicazione per gli studenti dell’Università di Salerno, curato dai professori Alfonso Amendola e Linda Barone.

La frase che hai scritto a cui sei maggiormente legato. E perché?

“Sarò l’amore in ogni film che vuoi/ Sarò folklore popolare/ Sarò il rumore dei tuoi guai, se vuoi/ Sarò la tua miglior bugia”. Il pezzo da cui è tratto questo ritornello si chiama “Musica per finta”, è tuttora un inedito perché fa parte di un progetto musicale non ancora attivo, “all’insegna della prepotenza e del noise” (cit.) al quale sto alacremente lavorando da qualche tempo e che non vedo l’ora di poter svelare. Sono molto legato a questo tema perché rispecchia il mio modo di vedere l’industria musicale e la musica stessa. Ma il discorso è estremamente complesso e lungo, se andassi avanti con la risposta potremmo trovarci di fronte al mio esordio editoriale.

Da ragazzino hai condiviso il palco con Claudio Lolli e Massimo D’Alema. Sei passato dal punk in età adolescenziale al folk pop delle Isole minori settime. Raccontaci un po’ questo percorso.

Messa così sembra che ho suonato con D’Alema! In realtà sono cresciuto ascoltando Beatles, XTC, Blur, Clash, Nirvana, Syd Barrett, Police, Cure, Talking Heads, Radiohead, dunque, è normale che nella prima ondata di esplosione creativa e ormonale le tue canzoni vengano fuori con un’isteria e un mood tipicamente britannici, anche se i testi poi erano in italiano, con tutti i problemi e gli squilibri che questa cosa storicamente comporta. A proposito di testi, invece, devo tanto alla bellissima esperienza che sto vivendo con le Isole Minori Settime: il continuo confronto con due cantautori di provenienza diversa dalla mia è fondamentale, rubi e impari tante cose, consigli e sconsigli soluzioni diverse e soprattutto smetti di avere un punto di vista unico. E poi è la prima volta che mi trovo a suonare una musica più “facile”, accessibile, con un target di pubblico potenzialmente più vasto: di queste esperienze bisogna sempre fare tesoro, anche quando un giorno vorrai tornare a fare cose più ricercate e/o sperimentali. In ogni caso sono un musicista isterico prestato al pop d’autore, vivo la musica come se fosse l’allegro chirurgo, qualcosa da poter scomporre e ricomporre in qualsiasi momento.

Avresti potuto suonargliele! Il Lorenzo di oggi è così indie da essersi rotto il cazzo della politica e dei cantautori impegnati o crede che prima o poi quel modo di fare musica possa rifiorire?

Sinceramente questi discorsi mi hanno sempre appassionato poco, non riesco mai a trovare una risposta che vada bene per un intero genere, o un intero movimento, o che non sembri un’analisi sociologica di serie C. Ci sono sempre delle distinzioni e delle eccezioni, in positivo e in negativo. Ecco, una cosa di cui mi sono parecchio rotto il cazzo sono le provocazioni per il puro gusto di farle, quelle che non ti lasciano niente se non un sottile fastidio fisico. In un discorso generale, comunque, do molta più importanza a come una cosa viene fatta, rispetto a preoccuparmi di sapere, che ti posso dire, a che filone si accoda, quale microgenere ha rivoluzionato, con chi sta rompendo, eccetera. Si dovrebbe fare e ascoltare molta più musica e parlarne molto di meno. Non fermarsi solo al sound o al linguaggio, ma cercare di vedere anche un po’ oltre, anzi dentro la musica.

Molto spesso sento dire da giovani artisti che scrivere canzoni o suonare è un’esigenza. Tu che esigenza tenevi? Non potevi uscire e toccare le femmine, eh Lorenzo?

Haha, ovviamente è tutto finalizzato a quello, almeno le prime volte, soprattutto se sei cresciuto con qualche latente tratto di autismo! Suonare accresce il tuo fascino, facilita l’uscita di casa e determina la conseguente esplorazione dell’anatomia dell’altro sesso.

Ma è vero che tira più una cover band che un carro di buoi? Com’è che ti sei ridotto a fare le cover di David Bowie il venerdì sera a Mezzocannone?

Domanda supponente, ignorante e presuntuosa, hai preso una cantonata bella grossa! Se credi che lo stia facendo per soldi, sei su una strada completamente sbagliata. Questa serata la farei anche gratis. Sono legato a David Bowie in maniera direi quasi ossessiva, e questa fascinazione mi è cresciuta dentro lentamente, nel tempo. A 17 anni decisi di non andare a un suo concerto a Milano perché tanto “vabbè, me lo vado a vedere quando viene più vicino casa”. Da allora non ha fatto più tour perché di lì a poco ebbe un’operazione al cuore, e ci sono rimasto così male da aver sviluppato una sorta di fissazione e di simbiosi col personaggio. Per dire, quando sono andato al locale per concordare la serata, Andrea (il gestore dell’Archeobar) mi ha detto “Ah bello! Sai, io non sono un grande fan di Baui, cioè riconosco la grandezza dell’artista ma non ho mai approfondito”. Io gli rispondo “beh, a giudicare dalla pronuncia si vede”. Mi avrà sicuramente preso per un pazzo fanatico, cosa che in effetti sono, ma alla fine per fortuna ho ottenuto ciò che volevo! Ovviamente ringrazio anche Enzo Colursi e la Pataturco Events che hanno reso possibile questa bellissima rassegna di concerti. Non so se l’esperimento Bowie si ripeterà, è la prima volta che terrò un intero concerto completamente da solo. Anche per questo tengo molto a questa serata.

Quando muore uno come Bowie il popolo dei social si divide. In genere, le fazioni sono tre: 1) chi si dispera per la perdita dell’artista come se fosse uno di famiglia; 2) chi critica chi si dispera; 3) chi critica chi critica chi si dispera. Tu da che parti stai e come vorresti essere ricordato un giorno?

Nella maggior parte dei casi preferisco star zitto, ma nel caso di Bowie io ho realmente pianto un parente. Anzi peggio, perché non avevo elementi per aspettarmelo. Era uscito il disco da due giorni, erano giorni di festa perché mi era piaciuto tantissimo, credevo che con Blackstar avesse accettato la vecchiaia e gli fosse tornata la voglia di divertirsi, di giocare con la musica e con l’arte, come ha sempre fatto nelle fasi migliori della sua carriera. Invece lo ha fatto come gesto estremo, col senno di poi gli indizi c’erano tutti, e per questo credo che sia stata una delle morti più straordinarie della storia del rock. Ci ha fottuti ancora una volta. Quando morirò io, per rispondere alla domanda, mi accontenterei già parecchio di essere ricordato come un tipo un po’ complicato ma brillante, o come un musicista di talento. Sarebbe già tantissimo.

Bene. Adesso ti faccio ascoltare altre due canzoni (3) (4). Il Frosinone va in serie A mentre il figlio più piccolo di Don Pietro spopola sul web (e non solo). Cosa è successo in Italia?

È successo che va a ondate: viviamo un secondo rigurgito indie, pieno di cose belle e cose di merda, come in ogni epoca e in ogni movimento culturale (e anche sul concetto di “cultura” ci sarebbe da discutere). Caratteristica peculiare di questa epoca, invece, è la polarizzazione delle opinioni, che ti fa sembrare troppo simpatico qualcuno che magari in altri momenti della tua vita non ti saresti cacato nemmeno di striscio, o ti fa odiare a morte qualcuno che in realtà non ti ha fatto poi nulla di veramente cattivo. Poi, per determinare un successo nazionale o cittadino, come sempre entrano in gioco combinazioni di vari fattori: la tempistica, l’abilità, il talento, le conoscenze, la vendibilità, la fortuna, in percentuali più o meno variabili. Ed ecco servita la suddetta analisi sociologica di serie C. Ma di una cosa sono sempre più sicuro: con quella storia dei 15 minuti, Andy Warhol ci aveva preso di brutto.

Il marketing gioca un ruolo fondamentale nella crescita di un artista. Aver un buon ufficio stampa conta tantissimo e sapersi vendere sta diventando quasi l’unica chiave per arrivare al grande pubblico. Una persona che non conosce Lorenzo perché dovrebbe interessarsi alla sua musica?

Hahah non lo so, la curiosità sarebbe già un ottimo movente! Mi piace spaziare tra generi diversissimi tra loro, quindi non esisterà mai “la musica di Lorenzo”, esisteranno varie capate che porterò avanti contemporaneamente, ognuna con un ufficio stampa opportunamente dedicato e personalizzato a seconda delle caratteristiche del progetto! Per me a tal proposito Damon Albarn è un esempio stratosferico, perché riesce a far questo conservando un marchio di fabbrica che non sai nemmeno bene in che consiste. La voce? Non solo, lo riconosci anche quando fa il produttore o l’autore e non è lui a cantare. Ecco, un giorno, nel mio piccolo, mi piacerebbe essere un qualcosa del genere. Tra i lati negativi c’è il rischio o la sensazione di non trovare mai la propria identità, tra quelli positivi c’è quello di non annoiarsi mai, e di avere a che fare con target, musicisti e forme di pensiero sempre diverse.

Prima abbiamo citato il Frosinone in serie A, ora retrocesso. Domenica la compagine laziale è stata travolta 4-0 dal Napoli di Higuain. Il Pipita è un fenomeno che sta facendo emozionare un intero popolo. Sogni di riempire gli stadi con i tuoi concerti o ti accontenti di arrivare a persone davvero interessate a te?

Stesso discorso di Warhol: in quest’epoca non sarebbe mai possibile, mai per me, almeno. Per il Pipita invece lo è, in primis perché come dici tu è un fenomeno assoluto, in secundis perché il discorso dei 15 minuti di fama non riguarda ancora il mondo dello sport, ci sono dinamiche profondamente diverse. Se Higuain facesse dischi, già al terzo album qualcuno direbbe “sì, ma sto Higuain ha rotto i coglioni”, oppure “ancora ti senti Higuain?? Non si porta più!”. Tornando alla domanda, personalmente non credo nemmeno di avere quel tipo di talento pop, immediato, in grado di portare gente allo stadio solo attraverso la mia immagine e le mie canzoni, per cui mi accontenterei eccome di arrivare a persone davvero interessate, con un adeguato impiego dei vari mezzi a disposizione. Detto questo, non escludo di suonare in uno stadio come tastierista, vocalist o arrangiatore di qualcun altro. Per fortuna penso di poter dare qualcosina anche ai progetti altrui, altrimenti non mi divertirei così tanto a insegnare nelle scuole di musica!

Per chi volesse, l’appuntamento è venerdì all’Archeobar di Mezzocannone con le canzoni di Bowie. A cosa altro stai lavorando nel frattempo?

A giugno presenteremo dal vivo il primo EP delle Isole Minori Settime, “Elemosina”, una prima testimonianza dell’intensa attività live che portiamo in giro da qualche tempo, in attesa delle registrazioni del primo album in studio previste per l’autunno. Contemporaneamente sto lavorando alle produzioni di due giovanissime promesse (rispettivamente 18 e 20 anni), seppur molto diverse tra loro, Greta Zuccoli e Antonio D’Angiò, dei quali sentirete sicuramente parlare tra qualche anno.

Link:

(1) https://youtu.be/NxBmduOu3YQ (2) https://youtu.be/fRTk39-ilUg

(3) https://youtu.be/jn2f7B2qRMk (4) https://youtu.be/pOKaXSyeKaA

Salvatore D’Ambrosio

Salvatore D Ambrosio

"Alto, grosso e con la barba. Il capo della baracca è un buon gustaio, e non potrebbe essere altrimenti per un amante del bello come lui. Un Bud Spencer prima che abbandonasse la dieta!"