Acrobati – Daniele Silvestri

“Cosa ne pensi dell’ultimo album di Daniele Silvestri?”

E’ la domanda che il mio amico mi piazza lì, improvvisa, mentre me ne sto seduto al pub, la tanto agognata birra ghiacciata che mi fissa dal tavolo, la folla tutto intorno che parla, beve e scambia sguardi fugaci ed un complessino indie che cerca di far arrivare i propri pensieri in musica alla platea distratta.

“Mi ripeti la domanda, c’è troppo rumore?”. Mentre afferro il boccale di birra pregustando la sensazione del primo sorso. Il malto fermentato che sbuca fuori dallo strato di schiuma inondandomi il palato.

Acrobati, l’ultimo di Silvestri, cosa ne pensi? Lo abbiamo ascoltato tutta la sera in macchina!”

“Ah, l’album di Silvestri?”

“Sì?” Facendo cenno con la testa e fissandomi con quell’espressione d’attesa di chi ha bisogno di una verità o anche solo di una bugia plausibile, qualcosa che lo rimetta in sintonia.

“Penso che abbia dimostrato di essere diventato un bravo acrobata! Non che non lo sia sempre stato, intendiamoci, con i suoi scioglilingua e la miriade di parole sparate a raffica e mai a caso.”

Il mio amico annuisce.

“Questa volta ha fatto un doppio salto carpiato all’indietro, è tornato alle sonorità e alle atmosfere dei lavori precedenti, come Il dado.”

“La pietra miliare!”. Sottolinea il mio amico entusiasta.

“Ma ha saputo anche tenere salda la presa sul presente quando è stato il momento di afferrare il trapezio.”

“A cosa ti riferisci?”

“Ai testi naturalmente. Mai banali! Pensa alla prima canzone, La mia casa, per altro la mia preferita, parla di melting pot, di uomini cittadini del mondo, parla di migrazioni e del sentirsi a casa non solo dove si è nati ma dove ci si sente accolti, parte integrante di un disegno, di un progetto, di una comunità. E Quali alibi?”, mentre mi disseto dal boccale che tengo ben saldo per evitare che cada a causa dei continui urti contro il tavolino in legno delle persone che passano e spassano strusciandosi l’uno sull’atro nell’intento di guadagnare un posto in prima fila al bancone. “Quali alibi parla della situazione politica attuale, della democrazia disapplicata, del bisogno di risvegliarsi dal torpore che ci ha portati fino a questo punto.”

Ho carpito l’attenzione del mio amico che ora si aspetta una degna chiusura che lo soddisfi a pieno.

“Invece con Un altro bicchiere si riferisce a noi.”

“Come a noi?” Spiazzato.

“Si a noi. Noi che abbiamo paura di perdere anche solo un attimo di questa vita fugace, che abbiamo paura di chiudere gli occhi proprio sul più bello, quando stanno per svelarci il finale o sta per accadere l’inevitabile. Noi, così attenti alle cose futili che spesso perdiamo di vista quelle che contano veramente, e tutto questo boccale dopo boccale!”

“Cazzo! Non ci avevo pensato!”, rimestando tra i suoi pensieri. Suppongo di averlo convinto definitivamente sulla bontà del lavoro di Silvestri ed anche sul suo ultimo acquisto in musica , ma decido di sparare un ultimo colpo.

“Di sicuro l’esperienza con Fabi e Gazzè gli ha fatto bene. Gli ha ridato linfa vitale, idee, suoni, voglia di condividere, pensa che nel disco collaborano Caparezza, Diodato, Diego Mancino, Dellera, i Funky Pushertz.”

“Bella quella con i Funky!”, il mio amico mi interrompe, è entrato in sintonia, “Come si chiama quella in cui cantano anche loro?”, e mi inizia a canticchiare il ritornello, “Chest’ nun ‘o sacc se è bio, ma è sicuro che è mio, ma è sicuro ch’è mio!”

Ne approfitto per ingollare un altro sorso di birra e gli rispondo. “Si chiama Bio-Boogie e ci sta dentro un bel po’ di critica alle politiche alimentari dell’occidente.”, e intanto cerco di attirare l’attenzione della cameriera che mi sta passando di fianco. E’ molto carina ma punto solo ad avere una seconda birra.

“Lo sai com’è Silvestri no?”, senza aspettarmi alcuna risposta, “E’ un eclettico, uno fuori dagli schemi, inclassificabile, è bravo sia con il funk che con il cantautorale, è abile con le ballate ma anche con la musica popolare, e per popolare mi riferisco proprio a quella popolare. Oh, ha buttato giù diciotto pezzi. Non è un album ma un viaggio in musica con un concept ben preciso.”

La cameriera è passata e non mi ha visto, i ragazzi del complessino indie continuano a suonare persi nei loro sogni, ed io penso che con tutto questo casino non sarà semplice ubriacarmi.

Domenico Rega