Canzoni della Cupa- Vinicio Capossela

Vinicio Capossela

Canzoni della Cupa

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<Signore e signori allacciate le cinture che si paaarteee!>

Stavo accompagnando in macchina un mio caro amico ad un concerto dalle parti di Teora, nell’avellinese, alta Irpinia, più precisamente quel tratto di terra fatta di valli e monti che si raggomitola tra la Campania, la Puglia e la Basilicata epicentro di terremoti. Lui doveva suonare. Il mio caro amico, infatti, canta e suona in una band che fa un genere rock folk, ed in quel preciso istante ci stavamo addentrando proprio nella fortezza di chi, di questo genere, ne ha fatto un’arte.

E’ un territorio strano quello, brullo e dolce allo stesso tempo, popolato da uomini duri ma ospitali, fatto di sole e neve, roccia e acqua cristallina, una terra fatta di contraddizioni, e di queste contraddizioni, lui, ne ha fatto il suo regno. Ci organizza festival, lo descrive nei suoi romanzi, lo valorizza e ne trae linfa vitale.

Avevo messo il suo ultimo disco nello stereo della macchina, così, per creare l’atmosfera giusta, ed era logico che prima o poi l’argomento cadesse proprio su di lui. Vinicio Capossela.

Circo, festa di piazza, banda di paese, funerali, processioni, matrimoni, riferimenti mitologici, filosofia, racconti, memoria storica questo e molto altro è Vinicio. O lo ami o lo odi. Poeta per tanti, intruso per molti. Nel suo ultimo lavoro è sempre più evidente il percorso musicale intrapreso dal nostro saltimbanco del pentagramma: una deriva verso la taranta e la tarantella con venature blues, verso le cantilene e i canti dei lavoratori, le mondine, le tabacchine, i raccoglitori di cotone e la musica popolare in toto, messa insieme, centrifugata, innalzata a nuovo splendore con un costante allontanamento dalla sua personale poetica cantautoriale che tanto ce lo aveva fatto amare in passato. Testi complessi, introspettivi, ricchi di riferimenti, parole che si susseguono slegate come in un elenco; ma questa è la ricerca di Vinicio, questo è il lavoro che si è prefissato, questa sembra essere diventata la sua missione. Una missione durata tredici anni e che forse ancora non è stata portata a termine.

<Canzoni della Cupa mi risulta un disco complesso, di difficile approccio, a volte rivelatore altre volte noioso, può piacere o non piacere.>, faccio io, affrontando la curva a sinistra che è più stretta di quanto mi aspettassi. Il verde di quei prati d’altura mi rasserena.

<Un po’ come tutte le cose.>, sottolinea il mio caro amico folk che è anche un suo fan.

<Non proprio.>, ribatto io, raddrizzando la macchina, <Diciamo che il confine tra il mi piace e il non mi piace in questo disco è molto più netto, immediato, lo ascolti e già hai deciso, senza la necessità di un ulteriore esame.>

<Forse è vero che Vinicio andrebbe preso a piccole dosi, altrimenti può risultare stucchevole, specie a chi non è abituato. Un po’ come il caviale. E’ pregiato ma non è che piaccia a tutti. Io per esempio non lo gradisco.>. Non ho capito se mi sta assecondando.

Stavamo entrando in un campo minato. Decidere di suonare il suo genere nel suo regno avrebbe potuto ritorcersi facilmente contro di noi, o meglio, contro di lui, il mio caro amico folk.

Se amano così tanto Vinicio potrebbero, come dire, per non inflazionare il prodotto, non amare te e se non hai le spalle larghe e il pelo sullo stomaco potresti uscirne con le ossa rotte.

Avevamo appena finito di ascoltare il primo disco, quello della “Polvere”, sedici tracce che ci hanno condotto dritti in un purgatorio fumoso di lavoratori e innamorati, quando sento un rumore ritmico arrivare dall’avantreno e lo sterzo tirare verso destra. <E’ la ruota>, dico io, <Abbiamo bucato.>, e poi penso “Non è che Capossela sta tramando contro di noi?”.

Mi accosto, scendo dalla macchina e senza scoraggiarmi tiro fuori dal cofano la ruota di scorta, il crick e la chiave per i bulloni.

Il mio caro amico folk mi incita mentre resta a guardare. Non mi dispiace, sarebbe solo d’intralcio. Faccio un pit-stop da record. Ho cambiato le ruote a quell’auto talmente tante di quelle volte da essere diventato velocissimo. Ho acquisito metodo e manualità.

Risaliamo in auto mentre parte il secondo disco di Capossela, quello dell’”Ombra”, altre dodici tracce che si insinuano nei nostri padiglioni auricolari raccontandoci di uno strano mondo popolato da animali intrisi di pregi e difetti troppo umani ed altre strane bestie. L’aspetto metafisico del nostro Vinicio viene subito a galla con il suo carico di inquietudini, ombre, riti e fantasmi.

Siamo a pochi chilometri dalla meta, e quando anche il secondo disco sta per finire inchiodo che per poco il mio caro amico folk non diventa un pupazzetto attaccato al parabrezza.

<Ma che cazz….!>

<Oh, te lo avevo detto di allacciare le cinture.>

In mezzo alla strada c’era un cane disteso che sembrava morto. Scendo di nuovo dall’auto con le quattro frecce accese, mi avvicino al cane e mi accorgo che ha un muso simpatico e che in realtà è solo mezzo morto.

Decidiamo di caricarlo sui sedili posteriori e di portarlo da un veterinario. Respirava a fatica, probabilmente era stato investito, anche se non c’erano tracce di sangue sull’asfalto.

<Forse è peggio …>, dice il mio caro amico folk, <… potrebbe avere un’emorragia interna!>, mentre pensa che tutti i Dr House che ha visto finalmente gli sono tornati utili.

Cerchiamo l‘indirizzo di un veterinario sul suo smartphone. Dobbiamo fare una piccola deviazione ma fortunatamente siamo in anticipo.

Arriviamo in un paese che sembra abbandonato da un secolo. Si trova nel bel mezzo del nulla più assoluto, un buco nero nell’universo Appenninico: una piazza, un bar, delle sedie vuote, una tabella ad indicare la drogheria, e si sa che in un posto così c’è sempre bisogno di una buona drogheria, ed un’altra tabella ad indicare il veterinario. Ci apre una ragazza in camice bianco, bella, ma … veramente bella! Era così bella che sembrava essere uscita dritta da un fumetto o da una puntata delle Charlie’s angels, del tutto fuori luogo in quel contesto, ed il mio caro amico folk, mentre io tenevo in braccio il cane malandato con il muso carino che pesava una trentina di chili circa, le dice di andare a chiamare subito il dottore. <E’ un’emergenza!>, dice, e poi aggiunge, <Tanto in sala d’attesa non c’è nessuno e noi avremmo una certa fretta!>. Al che la ragazza bella lo soppesa con lo sguardo e senza scomporsi di un millimetro gli risponde, <Sono io il dottore! Potete portare il cane nell’altra stanza e stenderlo sul lettino.>

Lo avevo detto che l’Irpinia è una terra fatta di contraddizioni.

Siamo arrivati a Teora appena in tempo. Il mio caro amico folk ha imbracciato la chitarra ed ha iniziato a “spettacolare” mentre io ho trascorso tutto il tempo a saltare da una panchina all’altra bevendo vino buono ed ascoltando le storie di vecchietti che non capiscono i giovani d’oggi. Ma d’altro canto, mi spiega uno di loro, anche quand’erano giovani loro non è che si sentissero tanto capiti dai vecchi del paese.

“Saggezza al potere!”

Per un attimo mi riconcilio con il mondo di Vinicio e mi sento più vicino al suo modo di ragionare. Mi sembra di aver compreso meglio il suo concetto di contenitore musicale della memoria storica. Apprezzo il suo nuovo disco, ne apprezzo gli sforzi, le intenzioni, ma mi rimane ancora incollata addosso una strana sensazione, l’impressione di tanta energia, di tanta competenza e di tanta qualità usata male. Percorrendo le strette stradine tracciate da Capossela in Le canzoni della cupa, distribuzione Warner Music, può capitare di imbatterti nei Los Lobos o nei Calexico, o di incontrare a qualche crocicchio Flaco Jimenez o la Banda della posta; ti accorgi subito che si tratta di un lavoro molto ambizioso, forse troppo, e probabilmente dovrò immergermi ancora tante volte in quel mondo, così ostico e a tratti così affascinante, prima di poter pensare di averci capito veramente qualcosa.

E’ tarda sera. Il concerto è andato benissimo. Le persone del posto hanno apprezzato la musica del mio caro amico folk che ha avuto un sacco di richieste di amicizia su facebook. Io ho conosciuto un sacco di persone simpatiche con tanta voglia di raccontare le loro storie ed il nostro amico a quattro zampe si è ripreso ed ora sta molto meglio. La mia nuova amica veterinaria lo ha praticamente rimesso a nuovo. Lo abbiamo chiamato Vinicio, è un cane vispo ed aspetta solo di essere adottato.

Domenico Rega

Canzoni della Cupa- Vinicio Capossela ultima modifica: 2016-07-18T09:27:35+00:00 da Domenico Rega