La Terza Classe – FOLKSHAKE

Mi hanno diagnosticato un’infiammazione plantare con presunta formazione di spina calcaneare. E’ dolorosa quando cammini, senti la base del piede bruciare ad ogni passo, e nonostante sia sempre stato un tipo che sopporta bene il dolore ed allo stesso tempo allergico ai dottori, quel bruciore sotto la pianta del piede era talmente fastidioso che ho deciso di sottopormi a visita medica.

Mi trovavo a Napoli ed ero appena uscito dallo studio del medico che mi ha dato la bella notizia quando ho sentito il suono di un banjo farsi largo tra i rumori della città. So distinguere bene il suono di un banjo, è uno dei miei strumenti preferiti, così, a dispetto del dolore plantare, invece di dirigermi verso l’auto parcheggiata ho deciso di seguire la scia di musica, pur sapendo che il numero di passi che avrei dovuto fare sarebbe aumentato vertiginosamente.

Io adoro la musica country, me ne sono innamorato lentamente, un po’ come capita con l’amica del cuore, quella che conosci da una vita e alla quale hai raccontato tutti i tuoi patemi amorosi, lei che ti ascolta attenta e ti rassicura con pazienza e tu con la testa fra le nuvole almeno fino a quando non ti accorgi che stai per perderla e ti rendi conto di amarla follemente. Questo è quello che mi è capitato con la musica country e il country blues, e visto che incontrarla dal vivo, a queste latitudini, mi è sempre risultato alquanto difficile, quando ho sentito aggiungersi alle note del banjo anche quelle di un contrabbasso e poi ancora quelle di un violino, non ho avuto più dubbi, ho dimenticato il dolore al piede ed ho accelerato il passo.

Giro l’angolo e mi ritrovo improvvisamente in una piazzetta ad ascoltare un gruppo di ragazzi napoletani che suonano musica folk e bluegrass facendolo in modo degno – di certo Bill Monroe & The Bluegrass Boys non si sarebbero voltati nella tomba – tanto da lasciarmi piacevolmente stupefatto. Facevano spettacolo quei ragazzi, erano sorridenti e si vedeva che oltre a far divertire il loro pubblico si divertivano anche loro a far cantare i loro strumenti. Il nome della band è “La terza classe”.

La seconda volta che li ho incontrati è stato tutto molto diverso. E’ accaduto sul divano in pelle rossa di casa mia. Io me ne stavo lì seduto, bello bello, a spalmarmi il Voltaren sotto la pianta del piede, e loro alla televisione ad esibirsi come concorrenti in uno di quei programmi sempre a caccia di nuovi talenti. Anche in quell’occasione mi sono parsi sorridenti, forse più tesi e meno divertiti della prima volta, ma comunque rodati, amalgamati, precisi, anche se, ad essere sincero, sarà stato per il pregiudizio che nutro nei confronti dei talent, al nostro secondo incontro qualche dubbio sul loro concetto di musica mi ha assalito.

La musica country è un genere di cui mi sono innamorato nel modo sbagliato ascoltando la musica “sbagliata”: una “Suzie Blue” cantata da un ispirato Ben Harper, oppure ascoltando “King of the rodeo” suonata dai Kings of Leon. In pratica ci sono arrivato per vie traverse, accompagnato per mano da un bluesman rasta adoratore di Jah e da una band di cugini rockettari del Tennessee, i quali mi hanno lentamente condotto fino a casa di Hank Williams o sotto al palco di Sam Bush, ecco perché non mi è sembrato strana sentirla suonata da un gruppo di giovani ragazzi figli del Vesuvio. In entrambi i casi si trattava però di musica suonata da uomini con i piedi ben piantati nella propria terra, in profondità, come delle radici; radici dalle quali non puoi liberarti facilmente. Un fitto groviglio di rami che ti portano dritti al cuore dell’America confederata, un‘America fatta di campi di cotone, botti di whisky, rodei, mandrie di vacche, bar clandestini nascosti nel fitto della boscaglia, palchi di legno alla festa della zucca, l’insetto scoppiettante, spari di una colt puntata al cielo, moonshine e zucchero filato.

Quando ho incontrato i “La terza classe” per la terza volta sapevo che per me sarebbe stata la prova del nove. “E scusate l’equazione di parole!”

Avevo il loro nuovo disco tra le mani e lo giravo e rigiravo. Avevo il timore di rimanerne deluso, di averci riposto troppe aspettative. Lo apro lo inserisco nel lettore e …!

Mi accorgo che in FOLKSHAKE, ed. Ad est dell’equatore, c’è tutto l’abbecedario del country: dal gospel, al canto degli schiavi chini nelle piantagioni con le schiene spezzate, dal blues suonato nei bar clandestini lungo le sponde del fiume Mississippi, alla tradizione degli irlandesi e degli scozzesi trasferitisi tra i monti Appalachi, il tutto condito da un pizzico di allegria figlia di Parthenope. Sono bravi i ragazzi, il feeling tra loro è quello giusto, quello di chi ha vissuto tante esperienze insieme, gli strumenti si rincorrono prendendo il sopravvento l’uno sull’altro a turno, sono degli abili musicisti e ti accorgi subito che di palchi ne hanno calcati tanti, e non solo palchi ma anche piazze, balere, assi di legno, strade polverose, basoli, sampietrini e asfalto. Le storie raccontate nelle loro canzoni sono quelle di altri tempi, quelle del campionario classico folk, blues e country americano, canzoni emozionali pervase da concetti sempre attuali, da John Henry a Lonesome Valley, e non si tratta di semplici cover ma di reinterpretazioni stilistiche di pregio, con l’eccezione di un inedito, Paulina, nato un po’ per caso, come tutte le canzoni country e folk, osservando il mondo correre e attraversare gli sguardi, fotografando i volti di persone incrociate durante il lungo girovagare tra tour e concerti. Hanno le facce simpatiche i ragazzi della band, le dita veloci e la parola facile, ma hanno anche viaggiato tanto ed assimilato ancora di più, ed è questo quello che ci viene raccontato ogni qual volta imbracciano gli strumenti: il loro viaggio in musica.

FOLKSHAKE, come suggerisce il titolo, è un disco di genere, e si sa, il genere deve piacere, ma già decidere di portare qualcosa di nuovo in un panorama musicale statico sui generi come quello italico, oltre ad essere una scelta complessa, è di per sé un atto di coraggio che va premiato. Attraverso un profondo studio esperienziale hanno proposto la loro arte come espressione ultima di un vissuto. Un plauso, quindi, ai ragazzi de “La terza classe”, sia per la scelta fatta, perché provare a rinnovare è sempre un pregio, sia per il modo in cui lo hanno fatto, con onestà.

Un unico appunto personale: non dico che provare a sdoganare un genere musicale inusuale come il bluegrass rendendolo un pochino più pop o quantomeno più appetibile sia roba da poco, anzi, tutto il contrario, ma si poteva provare ad osare qualcosa di più. Oltre alla battuta pronta, marchio di fabbrica della loro terra d’origine, avrebbero potuto scavare ancora più a fondo nelle proprie radici e provare a cantare qualche pezzo nella loro lingua madre, invece che nel solito e direi adeguato inglese. Allora sì che a mio parere ci saremmo ritrovati di fronte a qualcosa di veramente originale. Ma diamo tempo al tempo, ci saranno ancora tante occasioni per provare a rimestare più a fondo nelle proprie radici, quelle del sud del mondo, un sud bagnato oltre che dal Mississippi anche dal Mediterraneo, e quando ciò accadrà io sarò lì in prima fila ad ascoltarli, possibilmente seduto. Per adesso, come amo ripetere, meglio continuare a fare le cose un passo alla volta, anche perché la pianta del piede mi fa ancora male e sono in overdose di antinfiammatori.

Domenico Rega