Nicolò Annibale – Ce voglio credere

<Oh, l’hai sentito questo?>

Io e il mio amico stavamo cazzeggiando su youtube in cerca di musica nuova da ascoltare e ci eravamo appena imbattuti in “Senza”, il nuovo singolo di Nicolò Annibale. Il mio amico è sembrato subito entusiasta io, invece, ero perplesso.

<Eh!>, esclamo, <Sta “chin e parol” e poi ci sono tre bucchini e ‘na latrina in due strofe!>

<Figo no?>, risponde rapido il mio amico.

<Bah, non saprei. Il formalismo di chi vuole apparire informale. E poi, proprio in questo periodo.>

<E con questo, cosa vorresti dire, che i “bucchini” ora non vanno più di moda?>

<Beh, no, quelli andranno sempre di moda, sono un evergreen, ma vanno contestualizzati e al momento le persone sembrano più suscettibili sull’argomento, diciamo che c’è stata una flessione al ribasso riguardo la popolarità dell’argomento!>

<Ma di che cazzo stiamo parlando? Ti chiedo un parere su una canzone e te ne esci con una prosopopea sulla quotazione in borsa dei “bucchini”?>, facendo una pausa, <Invece hai sentito che ritmo? E poi non è che parla di “bucchini”, ma dice solo ‘na grande bucchina!>

<Ecco! Meglio. Le cose quando proprio le devi fare è meglio che le fai in grande.>, sarcastico, <Ma c’è anche da dire che non è mettendo un po’ di ritmo funk e tre “mal’ parole” su “I say I’ sto ccà” di Pino Daniele che fai una canzone nuova!>

Il mio amico mi guarda perplesso. Decidiamo di ascoltare qualche altra canzone dello stesso autore senza distogliere lo sguardo dal computer e mi fa: <Mentre io cerco qualche altra cosa vai a prendere un paio di birre nel frigo, può darsi che ti metti di buon umore!>, ed io, mentre mi dirigo in cucina, penso: “Sto a casa mia, mi comanda a bacchetta e decide pure se sto o no di buon umore.”.

Torno con in mano due bottiglie di doppio malto scozzese gelate e dopo averci rimuginato un attimo su esclamo: <No, che poi io mo’ vuless’ capì che c’entra il mio umore con il fatto che non mi è piaciuta ‘sta canzone? Io sto normale, sono di buon umore e non è che ora se mi piace la prossima canzone è perché mi sto bevendo una birra che mi ha messo di buon umore!>. Ripenso un attimo a quello che ho appena detto e realizzo di non averci capito un cazzo nemmeno io, così continuo: <Può anche darsi che non mi piace lo stesso!>

<Hai visto che sei di cattivo umore?>

Le casse collegate al computer avevano iniziato a tirar fuori i suoni e le parole di “Vulesse”, altro pezzo del nostro eroe andato a finire sotto ascolto critico. Questa volta cerco di prestare maggiore attenzione, voglio capire. Il pezzo finisce ma la birra non ha avuto l’effetto sperato. I testi mi sono apparsi ancora più acerbi del pezzo precedente e anche un po’ troppo generazionali. Nonostante qualche citazione buttata qua e là sono ancora lo specchio di una realtà in evidente declino, (e su quest’argomento ci sarebbe da fare un lungo discorso a parte), ma se l’intento creativo è quello o per lo meno dovrebbe essere quello di fare qualcosa che duri nel tempo, che lasci un segno, ed in questo caso delle buone canzoni, i testi dovrebbero essere intergenerazionali. Su questo aspetto so di essere molto intransigente ed è per questo motivo che anche dopo il secondo ascolto la delusione non era andata ancora via. Ho notato, però, che le intuizioni musicali non mancavano, che “musicalmente parlando” alcune idee funzionavano, e ad una voce debole sulle note alte, il ragazzo contrapponeva l’energia dei suoi vent’anni. Partendo dal presupposto che ho ascoltato cantare da Dio voci peggiori, rappresento che si tratta di una carenza superabile o quantomeno bypassabile; basterà versare qualche goccia di sudore in più in studio o in una scuola di canto, tanto allenamento, un po’ di personalità – che si acquista con l’esperienza – ed una scelta più oculata sia del percorso musicale da seguire che degli accordi da cantare. (Ok, lo ammetto, l’ho fatta sembrare più semplice di quello che è in realtà).

Una voce bassa e ben modulata che riesce a toccare le corde più intime dell’ascoltatore vale tanto di più che una serie di acuti sparati a razzo (o a cazzo), come bombe intelligenti su un villaggio di pastori, che esplodono in mille ghirigori rossi e barocchi.

<Ma foss’ che ‘a birra a me fa l’effetto contrario?>, esclama il mio amico evidentemente contrariato dopo il secondo ascolto.

<E’ che la bevi troppo velocemente, ti si raffredda il cervello e non riesci a ragionare!>, gli rispondo mentre sorseggio la mia che sembra stia iniziando a fare effetto.

<C’è bisogno della prova del nove!>, così, il mio amico, deciso a sciogliere la matassa, carica una terza canzone.

Vi dirò, già dalla prime note “L’ Ammore” ci ha rimesso tutti di buon umore.

Ecco cosa intendevo con scelte oculate. Quanto bene può fare un approccio più intimo al nostro Nicolò! Espressivamente risulta subito più vero e diretto. “Bene! Mi Piace. Anche tanto. Sarà l’effetto della birra?”, penso, e poi diciamocelo, quando c’è l’ammore anche la fellatio assume una connotazione diversa.

Ascoltando “Ce voglio credere” – Eurpohone Records, ultimo lavoro di Nicolò Annibale, ti ritrovi subito di fronte ad una predominanze di chitarre e voce con venature blues e richiami al Pino Daniele prima maniera ed una serie di pareri contrastanti che ti affollano il cervello. Nicolò è un artista ammirevole, coraggioso e giovane. E’ evidente come l’autore sia alla ricerca di un suo stile personale e tra l’ispirazione e l’omaggio ha portato a navigare la propria barca in acque pericolose, rischiando spesso di rimanere travolto dalle onde. Dal disco emerge con forza anche la sua voglia di comunicare, una voglia che lo assale, spingendolo in avanti, dandogli premura, fretta di fare ed in alcuni casi spingendolo a strafare. Si tratta della fretta di vedere realizzati i propri sogni e di esporre e condividere le proprie emozioni. La fretta, ma anche qualche consiglio sbagliato o non ascoltato, elementi che lo hanno portato a tralasciare alcuni aspetti fondamentali per una riuscita ottimale del proprio lavoro. Va bene il citazionismo ma ci vuole la cura dei dettagli, circostanziare, anche negli arrangiamenti, una maggiore precisione nella melodica poi non sarebbe affatto dispiaciuta e così via. Sono appunto i dettagli a farti fare il salto di qualità. Ma Nicolò si è messo alla prova, crede in quello che fa, o per lo meno ci vuole credere, ed è solo agli inizi; e poi com’è che si dice? Solo chi fa può permettersi di sbagliare. Nicolò ha ancora tutto il tempo per crescere, allargare il proprio vocabolario melodico (Nicolò è giovane), abbinare testi emotivamente più complessi ad una ricerca musicale di cui già si intuisce la direzione (ed alla quale consiglierei un colpetto di timone), un percorso lungo e pieno di insidie – nessuno ha mai detto che fare arte sia una cosa semplice – (Nicolò è coraggioso), ed in lui si intravedono i chiari sintomi di una fervida immaginazione e di una curiosità musicale senza preclusioni (Nicolò è ammirevole), caratteristiche che se alimentate con cura e costanza non potranno che portarlo ad ottenere grosse soddisfazioni.

<Vai a prendere altre due birre fredde.>, mi ordina il mio amico mentre la sua ricerca musicale vira verso altri lidi. Ed io, che quando ho ospiti a casa vengo assalito dalla sindrome della casalinga servizievole, senza protestare parto in automatico, <Si ora vado, un attimo>

<E visto che ti trovi prendi anche quella busta di patatine che tieni nello stipetto in alto a destra>

<Sì, prendo anche le patatine.>

“Ma poi, dico io, che ne sap’ isse de’ patatine nello stipetto in alto a destra?”

<* Dic’ ‘a verità, si jut scauliann’?>

*Dici la verità, sei andato a curiosare in giro?

Domenico Rega

Nicolò Annibale – Ce voglio credere ultima modifica: 2016-09-29T22:04:02+00:00 da Domenico Rega