Nico Royale – Ghetto Stradivari

Ero da poco arrivato fuori al “locale”. L’aria della sera era dolce, ultimi sprazzi di una estate finita troppo in fretta, ed un gruppetto di ragazzi stava fermo all’entrata chiacchierando e facendo passare di mano in mano una sigaretta modificata.

Mi appoggio al muro, prendo il tabacco dalla tasca dei jeans e mentre mi preparo la mia bella sigaretta omologata non posso fare a meno di ascoltare i loro discorsi

<Ditemi quello che volete ma i gruppi metal hanno i tagli di capelli, le magliette nere e gli assolo di chitarra più fighi in assoluto. Più di qualsiasi altro gruppo!>, fa quello più bassino con il chiodo e i capelli corvini raccolti in uno chignon.

<A me piace anche come si vestono i Coldplay>, gli fa eco l‘altro, quello con la camicia a quadri e i jeans stracciati, che mi sembra più un fan del guardaroba di Kurt Cobain che di quello di Chris Martin.

<E mò che ci azzeccano i Coldplay?>, risponde lo chignon leggermente irritato, <Non sono metal, non hanno gli stessi assolo di chitarra e pure se ce li avessero non saprai mai se sono loro a suonarli perché non potrai mai permetterti il biglietto per il loro concerto>

<Ecco perché vestono bene, perché guadagnano un fottio di soldi. E comunque sono loro a suonare.>, ribatte Kurt.

<Visto quanto costa il biglietto del loro concerto mi aspetto almeno quello!>, interviene quello figo con il sorriso smagliante, e rivolgendosi a Kurt aggiunge, <Comunque ti ha dato del poveraccio!>.

Kurt, alquanto frastornato, chiede allo chignon, <Mi hai dato del poveraccio?>.

Dall’espressione del volto si vede che si è trattato più di un tradimento che di un’offesa.

<No che non ti ho dato del poveraccio, ho solo detto che non puoi permetterti il biglietto per il concerto dei Coldplay.>, e dopo una breve pausa, <Perché puoi permettertelo?>, con quel tono di sfida di chi già conosce la risposta.

<No!>, risponde Kurt evidentemente imbarazzato.

<Ma possiamo andare tutti ad un concerto metal GRATIS.>, riparte lo chignon sottolineando con enfasi l’ultima parola e rivolgendosi a Kurt con un ritrovato entusiasmo, quasi come per tirarlo nuovamente su di morale.

E personalmente penso che sia stata la mossa giusta, visto l’espressione ombrosa che si era spiaccicata sul volto di Kurt, calatosi un po’ troppo nella parte mentre faceva un altro tiro dalla sigaretta modificata.

<A me invece piace quel ritornello che fa “na na na na, passa sta canna!”>, interviene il finto giovane con gli occhialetti alla Gramsci che fino a quel momento se ne era stato in silenzio ad ascoltare con un’aria disinteressata quasi di supponenza.

<E di chi sarebbe questa canzone!>, chiede Kurt.

<Boh, non lo so. La cantava qualche anno fa un gruppo a Sanremo. Mi sembra, ma ora non ricordo più il nome. E comunque volevo solo sottintendere il concetto!>, muovendo la mano come un rafforzativo.

<In pratica voleva dire che ti si è azzeccata la canna tra le dita. E passala!>, gli fa eco lo chignon.

<In pratica ti ha dato dell’egoista>, spiega il tipo figo con il sorriso smagliante.

<La smetti di dire cazzate sì o no?>, lo rimbrotta il finto giovane evidentemente irritato dalle sue continue sottolineature fuori luogo.

Ma, di cosa stavano parlando? Qual era ‘sto gruppo di cui farneticava il metallaro dalla lingua lunga e lo chignon mentre discuteva con il tizio grunge e confuso – ma questa non è una novità -, il fighetto che avrebbe potuto posare per la pubblicità di un dentifricio ed il protagonista de “La locomotiva” di Guccini? Non ero ancora sicuro di dove mi avrebbe condotto quella serata, ma oramai avevo ascoltato quei discorsi sconclusionati, avevo visto quel variegato gruppo di amici interagire e la curiosità aveva iniziato a fare il suo lavoro in quella parte di cervello che se ne sta ben nascosta tra la corteccia insulare e la giunzione temporo-parietale; in pratica ero fregato. Decido di seguirli. Con il mio aspetto – che ad occhi inesperti potrebbe apparire “radical-chic”, ma che in realtà è più un “quello che mi è capitato di trovare sul divano stasera” – sarei passato senza dubbio inosservato, anzi, avrei dato il tocco dello chef a quella insalata umana mal condita, e poi, male che andava, avrei potuto sempre tenere sott’occhio ancora per un po’ Kurt che, dopo l’ultima sottolineatura, si era di nuovo adombrato.

Butto giù l’amaro che avevo ordinato tutto d’un sorso e salgo sulla mia Panda 750.

Esco dalle strisce blu, perché quelle bianche sono in via d’estinzione, e seguo la loro auto cercando di tenermi a debita distanza; una, due auto dietro al massimo, anche perché di sera la mia vista non è più quella di una volta. Non so perché nei film fanno sembrare sempre tutto così facile. Seguire un auto in incognito è difficilissimo. Li ho persi almeno tre volte, e dire che ci siamo spostati solo di qualche chilometro. Per poco non vado a sedermi sul sedile passeggeri di un SUV che mi ha tagliato la strada dalla sinistra, poi becco un rosso che scatta appena dopo che loro sono passati ed infine, quando riparto, davanti a me si piazza un decerebrato della famiglia dei cerebrolesi attaccato al telefonino mentre si fa “una passeggiata a Mergellina”. È stato in quel momento che ho seriamente pensato di averli persi. Giro un po’ a vuoto tra i palazzi e poi il colpo di culo. Vedo la loro auto parcheggiata davanti all’unico altro posto che conosco nei paraggi che fa musica dal vivo.

Entro, il concerto non è ancora iniziato e i quattro se ne stanno appoggiati al bancone bevendo qualcosa e discutendo di qualcos’altro. Mi avvicino a loro. Kurt mi sembra distratto, assente.

Poi, ad un tratto, si spengono le luci e sul palco sale un tipo con un “mappazzone” rasta sulla testa ed un sorriso sincero che tutto sembra tranne qualcuno che ha voglia di urlare al microfono e prendere a sberle il pubblico con i decibel.

<Bella la maglia legalize!>, fa il figo rivolto a chignon con il sorriso in bella mostra.

<Ma dove cazzo ci hai portato?>, rincara il finto giovane con gli occhialetti alla Gramsci mentre si scola la sua birra.

<Che cazzo ne sapevo che avessero cambiato il programma.>, ribatte lo chignon.

<Non lo hanno cambiato! Il gruppo metal suona venerdì prossimo, oggi è serata reggae, suona Nico Royale>, sottolinea Kurt, alquanto scocciato, mostrando un flyer del programma mensile che stava sul bancone.

Il terzo disco di Nico Royale, Ghetto Stradivari, etichetta Trumen Records, contiene ben sedici pezzi in bilico tra la dancehall ed il new roots, alcuni cantati in italiano dove si evidenzia un uso della scrittura più votata al ritmo che al contenuto, altri in inglese che sembrano viaggiare decisamente con una marcia in più. Contaminazioni pop, dub, collaborazioni di ottimo livello, “Suonala” feat Terron Fabio, “Peace” feat Tieno Bless, e qualche passaggio a vuoto. C’è qualche canzone di troppo ed eliminarne qualcuna prestando più attenzione a qualcun’altra non sarebbe stato un male per il risultato complessivo del disco; ma il ritmo c’è, lo stile anche e la strada intrapresa da Nico sembra proprio quella giusta.

C’è tanta freschezza nella musica di Nico, quella che ritrovi nel suo sorriso, nel suo modo di porsi e nella sua patria d’adozione e di questo non poteva non accorgersene anche il variegato gruppetto di amici che dopo qualche titubanza iniziale non ha resistito e si è lanciato nella mischia ballando sulle note di “Sing with my hearth”, tra l’altro la mia preferita.

Il tipo bassino con lo chignon sembrava non essersi accorto della differenza tra un concerto reggae ed uno metal e stava saltando da un lato all’altro della pista decisamente fuori tempo, il tipo figo lanciava fulmini dagli incisivi da settemila euro, il finto giovane non aveva resistito alla tentazione di far muovere la testa al ritmo del levare ed anche Kurt sembrava avesse ritrovato il sorriso e la gioia di vivere.

Ditemi quello che volete, i gruppi metal potranno anche avere le magliette nere più belle, i Coldplay il cantante più figo ed il grunge le parole più intense di tutti, ma come fanno ballare i “rastafariani” non ce n’è per nessuno.

Domenico Rega

Avatar

Domenico Rega è nato nel '74 alle falde del Vesuvio. Esteta metropolitano, anzi, metronapoletano! Un lettore onnivoro prima che uno scrittore. Amante dei viaggi, del buon cibo e del buon vino. Imbrattatore di tele, riempitore di pagine, cantastorie e mescolatore di sapori. Dopo aver girovagato a lungo ed accumulato diverse esperienze lavorative, ha terminato gli studi in legge, ha fondato il gruppo musicale e progetto artistico a 360° "Quartiere Malastrada" ed ha pubblicato il suo romanzo d'esordio "Gioco di società", nonché il secondo romanzo, "Il chitarrista che scomparve in una bottiglia di birra doppio malto scozzese!".