The Zen Circus – La terza guerra mondiale

Quando ero bambino amavo viaggiare in autostrada. Amavo il rincorrersi dei paesaggi, le colline, i prati, le cascine, i campanili, le vecchie case affacciate sugli strapiombi. Era tutto un’esplosione di colori e profumi. L’odore della pioggia sull’asfalto, dell’erba umida al mattino, l’odore di terra concimata dal letame e quello dei fiori di pesco, l’odore del muschio e degli aghi di pino, la pausa all’area di servizio e l’odore inebriante della super pompata nelle automobili, gli oleandri, le lamiere arroventate al sole e scendendo ancora più a sud l’odore di terra bruciata e salsedine.

Ora, invece, l’autostrada puzza.

Le auto puzzano, il diesel puzza, gli inceneritori puzzano e le colline, frutto di millenni di sedimentazione, sono state prese a morsi da giganti dai denti d’acciaio e sostituite da enormi cumuli di “munnezza” nauseabonda che disegnano il nuovo skyline del tuo viaggio, mentre te ne stai rinchiuso in auto, con l’aria condizionata a palla, il sistema di circolazione d’aria nell’abitacolo inserito ed un sentimento di rassegnazione che ti grava nel petto.

Tutti sembrano fregarsene. Un flusso continuo di auto inutilmente grosse, guidate da esseri umani troppo concentrati su se stessi e sulle proprie mediocrità, così impegnati a sopravvalutare il proprio ego da non accorgersi del cambiamento o ancor peggio da apprezzarlo.

Io e mia moglie stavamo tornando da un week-end fuoriporta ed il mondo, dal finestrino della nostra Panda 750, ci è subito apparso in balìa di forze oscure. Voldemort stava prendendo il sopravvento ed il mondo era destinato ad un triste futuro. Nessuna via d’uscita all’orizzonte, niente ancore di salvezza.

In pratica siamo stati sopraffatti da una visione complessiva estremamente negativa. Sarà il fatto che densi nuvoloni portatori di cattive notizie si stavano addensando di fronte a noi o che nel lettore CD stava girando l’ultimo degli Zen Circus che già dal titolo è tutto un programma, “La terza guerra mondiale”- Ed. La Tempesta dischi, ma per quanto ci sforzassimo non riuscivamo a vedere la luce in fondo al tunnel.

Leggo il cartello dei chilometri che mancano alla meta che sfila veloce alla mia sinistra, nuvole nere cariche di pioggia rendono l’atmosfera claustrofobica mentre la canzone che dà il titolo al disco ci sta facendo da colonna sonora.

Mi son svegliato con il sole, che mi accecava un occhio, una città in riva al mare, le case no non le conosco. Fuori è un caldo innaturale, riscaldamento globale, certo moriremo tutti, in infradito e bermuda dai ci sta.”

Io gli Zen Circus li ho sempre amati, dai tempi di “Andate tutti affanculo” ed il loro fortunato passaggio dall’inglese all’italiano, ho continuato a seguirli negli anni con un grande affetto ed ho sempre visto in loro e nel loro modo di fare musica il luccichio della rivalsa che prima o poi arriverà. Ora, invece, è come se avessi avvertito nelle loro intenzioni un pizzico di indecisione e nel loro messaggio disillusione e forse anche un po’ di rassegnazione. Possibile che non esista alcuna soluzione al problema?

Gli Zen sono cresciuti e con loro sono cambiate anche le necessità e le ambizioni. Anche i loro problemi non sono più quelli di una volta. Se prima il problema poteva essere quello di reperire qualche grammo di felicità a Natale, dal pusher marocchino sotto ai porticati che non sa cosa farsene di un paio di guanti nuovi, ora, oltre a quello di trovare un kebab a San Salvario, esiste il problema di reperire una piazza che si riempia quando c’è da protestare.

Parafrasando Brecht: quando c’è da combattere bisogna scendere in piazza perché se non si parteciperà alla lotta si condividerà la disfatta.

Le piazze invece restano vuote, ed Appino canta: “non credo più tanto alla collettività”, e la rivoluzione la si fa solo seduti al bar “fra un aperitivo e i saldi di fine stagione”.

Non so, non sono ancora del tutto convinto che tutto sia andato perduto. Cerco di leggere tra le righe delle loro canzoni, di comprenderne il sottotesto e mi rendo conto che probabilmente mi stavo sbagliando. Forse le cose sono sempre state così, ed è sempre così che sono andate, solo che non me ne ero accorto prima, e con loro anche gli ZEN CIRCUS non sono mai cambiati. Sempre i soliti, sempre uguali a se stessi. Nel loro nuovo album ritrovo il loro vecchio sound, quello fine anni ottanta – inizio novanta, forse meno folk e più rock. Ritrovo le amichevoli chitarre distorte e riconosco le melodie ed i riff rassicuranti che mi hanno accompagnato negli anni e che, quando li ascolto, mi fanno sentire subito a casa, al sicuro; e dopo tutto questo ascoltare accordi e linee melodiche ecco arrivare alle mie sinapsi anche i loro testi sempre in contrasto con tutto il resto: politicamente scorretti, “Terrorista”, provocatori, “Zingara”, densi di rabbia e disillusione, “Niente di spirituale”, colmi di ironia e sarcasmo, “Pisa merda”, pieni, forse, solo di quotidianità, “San Salvario”.

Sì!”, esclamo io che forse dovevo solo metabolizzare le canzoni. “Sono sempre loro, i miei cari amici ZEN!”. Dieci brani punk-rock ad alto impatto sonoro. E penso, “Bene! Se sai fare una cosa come si deve perché dovresti cambiare? Per quale motivo dovresti stravolgere il tuo modo di fare? Sii fedele a te stesso e chi ti ama continuerà a seguirti.”

Guido, ascolto e rifletto sulle parole che Appino ama cantare scandendole con voce chiara e perentoria e mi domando: “Ma la terza guerra mondiale degli Zen Circus è una guerra auspicata? È quello che serve ad ottenere una tabula rasa sulla quale poter riscrivere e far rifiorire un mondo migliore o è solo il pretesto per farci riflettere sulla nostra stupidità? A farci capire quanto l’uomo posto sotto il costante bombardamento di bugie indottrinanti sia diventato un povero di spirito?”

Da questo disco ne esce chiaramente un’immagine parassitaria dell’essere umano. Uomo uguale cellula cancerogena per il pianeta. Ma esiste una soluzione a tutto questo? Il disco degli Zen ce la rivela? Forse sì, probabilmente non sarà quella definitiva e di sicuro non spetta agli Zen Circus trovarla, ma già il fatto di averci trasportato per qualche minuto in questo vortice di pensieri, averci stimolato a riflettere, invitato a fare un po’ di analisi critica ed autocritica, di aver provato a farci capire in cosa stiamo sbagliando, è tanta roba.

Un grosso passo in avanti verso la salvezza globale.

Rifletto ancora un po’su tutte ‘ste cose, riconosco la mia coscienza e già mi sento meglio.

L’autostrada non mi sembra più così brutta come pochi minuti prima, o quanto meno, anche se non è così bella come la ricordavo un tempo, so che potrà essere migliorata. Guardo mia moglie, lei mi sorride; sa bene quanto io sia umorale e quanto un suo sorriso possa rimettermi in sintonia con l’universo.

Guardo nello specchietto laterale, accendo la freccia per spostarmi in prima corsia e farmi superare da un tizio che mi sta lampeggiando da mezz’ora nella corsia centrale dell’autostrada e neanche il tempo di mettere le ruote sulla striscia divisoria bianca che un grosso SUV grigio mi svernicia la fiancata sorpassandomi sulla destra a velocità supersonica. Stringo le mani sul volante cercando di far assorbire al meglio lo spostamento d’aria alla mia pandarella e mi rendo conto che la cosa non sarà così semplice.

Domenico Rega