The Zen Circus – La terza guerra mondiale | Recensione |

La terza guerra mondiale è il titolo del nono album in studio dei The Zen Circus, pubblicato lo scorso Settembre per La Tempesta dischi.

 

Quando ero bambino non conoscevo gli Zen Circus ma amavo viaggiare in autostrada. Amavo il rincorrersi dei paesaggi, le colline, i prati, le cascine, i campanili, le vecchie case affacciate sugli strapiombi. Era tutto un’esplosione di colori e profumi. L’odore della pioggia sull’asfalto, dell’erba umida al mattino, della terra concimata dal letame misto a quello dei fiori di pesco. Il muschio e gli aghi di pino, la pausa all’area di servizio e l’’inebriante profumo della super pompata nelle automobili. Gli oleandri, le lamiere arroventate al sole, la terra che brucia e la salsedine dei mari del sud.

Ora, invece, l’autostrada puzza.

Le auto puzzano, il diesel puzza, gli inceneritori puzzano. Le colline, frutto di millenni di sedimentazione, sono state prese a morsi da giganti dai denti d’acciaio e sostituite da enormi cumuli di “munnezza” nauseabonda. Il nuovo skyline del tuo viaggio è disegnato. E mentre te ne stai rinchiuso in auto, con l’aria condizionata a palla, un sentimento di rassegnazione ti grava sul petto.

Tutti sembrano fregarsene. Un flusso continuo di auto inutilmente grosse, guidate da esseri umani troppo concentrati su se stessi e sulle proprie mediocrità. Così impegnati a sopravvalutare il proprio ego da non accorgersi del cambiamento, o ancor peggio da apprezzarlo.

Io e mia moglie stavamo rientrando da un week-end fuoriporta. Il mondo, dal finestrino della nostra Panda 750, ci appariva in balìa di forze oscure. Voldemort stava prendendo il sopravvento. La Terra sembrava destinata ad un triste futuro. Nessuna via d’uscita all’orizzonte, niente ancore di salvezza.

Ci sentivamo sopraffatti da una visione complessiva estremamente negativa. Saranno stati i nuvoloni portatori di cattive notizie, o le note dell’ultimo degli Zen Circus.  Per quanto ci sforzassimo non riuscivamo a vedere la luce in fondo al tunnel.

Il cartello dei chilometri che mancano alla meta sfila veloce alla mia sinistra. Nuvole nere cariche di pioggia rendono l’atmosfera claustrofobica, in sottofondo la canzone che dà il titolo al disco ha già fatto breccia nei cuori.

The Zen Circus | La terza guerra mondiale – Il Disco

Mi son svegliato con il sole, che mi accecava un occhio, una città in riva al mare, le case no non le conosco. Fuori è un caldo innaturale, riscaldamento globale, certo moriremo tutti, in infradito e bermuda dai ci sta.”

Gli Zen Circus li ho sempre amati, sin dai tempi di “Andate tutti affanculo”. Ho amato il fortunato passaggio dall’inglese all’italiano, ed ho continuato a seguirli negli anni con un grande affetto  e stima.  Vedevo nel loro modo di fare musica il luccichio della rivalsa, che prima o poi arriverà. Ora, invece, è come se avvertissi un pizzico di indecisione, nelle intenzioni e nel messaggio di disillusione che trasmettono. Forse anche un po’ di rassegnazione. Possibile che non esista alcuna soluzione al problema?

Gli Zen sono cresciuti e con loro sono cambiate necessità ed ambizioni. Anche i loro problemi non sono più quelli di una volta. Se prima si interessavano di come reperire qualche grammo di felicità a Natale, dal pusher marocchino sotto ai porticati che non sa cosa farsene di un paio di guanti nuovi, ora ci si interroga su come reperire una piazza che si riempia quando c’è da protestare.

Parafrasando Brecht: quando c’è da combattere bisogna scendere in piazza perché se non si parteciperà alla lotta si condividerà la disfatta.

Le piazze invece restano vuote, ed Appino canta: “non credo più tanto alla collettività”, e la rivoluzione la si fa solo seduti al bar “fra un aperitivo e i saldi di fine stagione”.

Non so, non sono ancora del tutto convinto che tutto sia andato perduto. Cerco di leggere tra le righe delle canzoni, di comprenderne il sottotesto e mi rendo conto che probabilmente mi stavo sbagliando. Forse le cose sono sempre state così, ed è sempre così che sono andate, solo che non me ne ero accorto prima, e con loro anche gli Zen Circus non sono mai cambiati. Sempre i soliti, sempre uguali a se stessi.

Nel nuovo album ritrovo il loro vecchio sound, quello di fine anni ottanta – inizio novanta, forse meno folk e più rock. Ritrovo le amichevoli chitarre distorte e riconosco le melodie ed i riff rassicuranti che mi hanno accompagnato negli anni. Le stesse che, quando le ascolto, mi fanno sentire subito a casa, al sicuro.

E dopo tutto questo ascoltare accordi e linee melodiche, ecco arrivare alle mie sinapsi anche i loro testi: sempre in contrasto con tutto il resto, politicamente scorretti, “Terrorista”, provocatori, “Zingara”, densi di rabbia e disillusione, “Niente di spirituale”, colmi di ironia e sarcasmo, “Pisa merda”, pieni, forse, solo di quotidianità, “San Salvario”.

“Sì!”, esclamo io che forse dovevo solo metabolizzare le canzoni. “Sono sempre loro, i miei cari amici Zen!”. Dieci brani punk-rock ad alto impatto sonoro. E penso, “Bene! Se sai fare una cosa come si deve perché dovresti cambiare? Per quale motivo dovresti stravolgere il tuo modo di fare? Sii fedele a te stesso e chi ti ama continuerà a seguirti.”

Guido, ascolto e rifletto sulle parole che Appino ama cantare scandendole con voce chiara e perentoria e mi domando: “Ma la terza guerra mondiale degli Zen Circus è una guerra auspicata? È quello che serve ad ottenere una tabula rasa sulla quale poter riscrivere e far rifiorire un mondo migliore o è solo il pretesto per farci riflettere sulla nostra stupidità? Serve a farci capire quanto l’uomo, posto sotto il costante bombardamento di bugie indottrinanti,  sia diventato un povero di spirito?”

Da questo disco ne esce chiaramente un’immagine parassitaria dell’essere umano. Uomo uguale cellula cancerogena per il pianeta. Ma esiste una soluzione a tutto questo? Il disco degli Zen ce la rivela? Forse sì. Probabilmente non sarà quella definitiva e di sicuro non spetta agli Zen Circus trovarla, ma già il fatto di averci trasportato per qualche minuto in questo vortice di pensieri, averci stimolato a riflettere, invitato a fare un po’ di analisi critica ed autocritica, di aver provato a farci capire in cosa stiamo sbagliando, è tanta roba.

Un grosso passo in avanti verso la salvezza globale.

Rifletto ancora un po’su tutte ‘ste cose, riconosco la mia coscienza e già mi sento meglio.

Il prosieguo del viaggio

L’autostrada non mi sembra più così brutta come pochi minuti prima, o quanto meno, anche se non è così bella come la ricordavo, so che potrà essere migliorata. Guardo mia moglie, lei mi sorride; sa bene quanto io sia umorale e quanto un suo sorriso possa rimettermi in sintonia con l’universo.

Guardo nello specchietto laterale, accendo la freccia per spostarmi in prima corsia e farmi superare da un tizio che mi sta lampeggiando da mezz’ora nella corsia centrale dell’autostrada. Neanche il tempo di mettere le ruote sulla striscia divisoria bianca che un grosso SUV grigio mi svernicia la fiancata, sorpassandomi sulla destra a velocità supersonica. Stringo le mani sul volante cercando di far assorbire al meglio lo spostamento d’aria alla mia pandarella e mi rendo conto che la cosa non sarà così semplice.

Domenico Rega

The Zen Circus – La terza guerra mondiale | Recensione | ultima modifica: 2016-10-19T17:27:49+00:00 da Domenico Rega