Decelerate: salite tutti in macchina con i FLIM

Sabato sera, ho appuntamento con il Folletto e non abbiamo nulla di organizzato.

Abbiamo appena lasciato il mio speakeasy di riferimento e ci stiamo spostando a braccio a bordo della sua auto.

Il folletto come al solito è carico a mille, pieno di idee ed informazioni e non lesina sui particolari.

Mette su il disco di un tizio folk venuto dall’America a suonare giù al “locale” la settimana scorsa e mi racconta di quanto sia stata fantastica quella serata: <È stato qualcosa di eccezionale, lui è un fenomeno, infatti ho comprato anche il suo CD. Ascolta questo passaggio, suona il violino, il banjo. Bisogna supportare questi musicisti. Allora, dove vogliamo andare? Stasera forse ci raggiungono un paio di amici. Tu lo conosci …>, non ricordo più il nome ma in quel momento ricordo di averlo incontrato da qualche parte, <è un tipo assurdo, è appena tornato dall’India dopo tre mesi ed ha trovato tutte le utenze staccate. Gas, luce, acqua. Ora, quando vai a trovarlo, sta con le candele ecc. ecc.>

Troppe informazioni tutte assieme, così mi limito a rispondere: <Vediamo questa serata dove ci condurrà!>

Ora c’è da dire che il folletto è sempre circondato da una folta schiera di amici tanto interessanti quanto assurdi, lui è un catalizzatore sociale. La sua energia positiva fa da calamita ai più disparati generi e sottogeneri umani con la conseguenza che gli incontri al buio che è solito organizzare sono una specie di lotteria.

La scelta ricade sul “locale”. Parcheggiamo. Salutiamo il boss. Prendiamo un paio di birre ed usciamo fuori al giardino dove il folletto si siede su un trono di legno ed io su un sedile chirurgicamente asportato da una vecchia Ritmo.

Stiamo parlando di metafisica ed esperienze sensoriali. Il folletto mi racconta dei suoi trascorsi meditativi, dello studio profuso nello yoga e nelle pratiche ayurvediche e di una sua imprecisata esperienza che lo ha definitivamente allontanato da tutto quello, intanto il DJ sta pompando a palla “‘Le range fellon” mixandolo con “My friend” dei Groove Armada.

Verso la metà della bottiglia ci raggiungono i suoi amici. Lei con quel suo sguardo da Morgana e lui con i suoi occhialini colorati ed un carico di storie da raccontare

Abbiamo subito iniziato ad interloquire. Io racconto di come vivo con la scrittura, ma senza entrare troppo nei dettagli; d’altronde si tratta solo del nostro primo incontro. Il tipo con gli occhialini colorati e tante storie da raccontare mi osserva in attesa del proprio turno, il folletto valuta le probabilità di successo di una simile combinazione e Morgana ascolta interessata e silente, scandagliandomi con quei suoi enigmatici occhi neri, profondi come stelle oscure, restando in attesa. Ha lo sguardo di chi capisce fin troppo bene quello che stai dicendo ed aspetta solo il momento giusto per dimostrartelo, anche solo con una parola, quella giusta però.

La parola arriva improvvisa tra una pausa di respiro del DJ e l’ultimo sorso di rhum di Morgana, ed è stata di una precisione tale da sorprendermi. Non sono stato in grado di coglierne al volo l’acume, così impiego più del dovuto per condividerne positivamente lo spunto limitandomi a ripeterla.

È arrivato il turno del tipo con gli occhialini colorati e le tante storie da raccontare. Ha atteso pazientemente che finissi il mio discorso, nonostante si capisca che sia un soggetto con delle premure espressive. Decido di mettermi comodo per ricambiargli la cortesia e mentre sorseggio la mia doppio malto scozzese mi predispongo all’ascolto.

Inizia col dire che lui ha un caro amico d’infanzia che adesso fa lo scrittore e che la passione per la scrittura la trova una cosa magnifica. Non può fare a meno di notare come attraverso la scrittura, il suo amico, non solo provvede ad esporre il proprio animo al mondo ma anche l’anima di tutti coloro che lo hanno conosciuto e che hanno lasciato, non si sa quanto volontariamente, un segno nella sua vita. Spesso, è palese, lo fa senza neanche accorgersene e questo è bellissimo, perché chi lo ha conosciuto può cogliere aspetti di cose o eventi che nemmeno lui, che li ha descritti con un tale minuzia di particolari, sa da dove provengano o ricorda di aver mai vissuto, ritenendoli oramai un parto esclusivo della propria fantasia. Continua spiegandoci che quando legge quelle pagine non può fare a meno di ritrovarci qualcosa del suo amico ma anche del padre del suo amico e della sua infanzia vissuta insieme in Sardegna nei periodi di vacanza estiva. In pratica è come se venisse improvvisamente catapultato in luoghi sconosciuti che un po’ alla volta, giusto il tempo che la nebbia del passato venga spazzata via dal vento dei ricordi, riaffiorano alla mente più vividi che mai. È un viaggio nel tempo tra le righe che scaturisce non solo dalle esperienze vissute ma anche dai segni che al suo amico sono stati lasciati da un’evidente eredità genetica.

<Ricordo ancora ..>, dice, <quando il padre lo chiamava, lo prendeva per mano e gli diceva “adesso andiamo in macchina e diciamo le parolacce!”>

Ecco l’effetto che mi hanno fatto i FLIM. Un continuo susseguirsi di flashback. Una serie di tuffi nel passato.

Mewl” e “Idle clock” sono una corda sospesa sulla mia pubertà dove mi ritrovo a fare l’equilibrista tra i Goblin di Profondo Rosso e la Pulsar di Milano Violenta senza i fiati ma con un filo di vento che cerca di buttarmi giù ad ogni passo.

Con “Swear” faccio un balzo in avanti. È un pezzo evocativo, ho circa trent’anni e sto in auto ascoltando un trip dei Baustelle e mentre aspetto che entri sul ritmo la voce di Rachele Bastreghi – che in questo caso ci starebbe da Dio ma in realtà non arriva mai – sto guardando nel vano porta oggetti se tengo i preservativi.

Con “Mirza” entriamo in pieno territorio Aphex Twin, e da questo desumo che il nome della band sia un omaggio al musicista irlandese, mentre “Opening” è un lungo sogno ad occhi aperti su un giovane Chopin che, ritrovatosi chissà come teletrasportato nel futuro tra i palazzi di Berlino Ovest, incontra un tizio che gli regala delle caramelle.

Con tutto questo non voglio dire che i FLIM non siano innovativi o che non abbiano una propria identità ben definita, anzi, al contrario, dopo l’ascolto del loro Ep Decelerate, un elettro-pop con chitarre rockeggianti venute direttamente dagli anni ’70, ho potuto felicemente appurare dal grado di formicolio della mia pelle che, nonostante la loro essenza non possa prescindere dalle esperienze passate, dirette ed indirette, dai segni lasciati impressi a fuoco sulla loro coscienza e sull’elica del loro DNA durante il loro percorso formativo, “i ragazzi de Roma” riescono ad essere un’entità nuova, avendo saputo metabolizzare e customizzare le esperienze passate e riuscendo a farle rivivere con piacere ai loro ascoltatori evitando malsane nostalgie.

Per concludere, bella la serata, belle le nuove amicizie, bello il disco dei FLIM e adesso, dopo tanta bellezza, andiamo tutti in macchina a dire le parolacce.

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Domenico Rega

Decelerate: salite tutti in macchina con i FLIM ultima modifica: 2016-11-03T12:01:46+00:00 da Domenico Rega