Luca Ruzza – “Soul in peace”, “Un’altalena di emozioni”.

Alto grosso e con la barba il direttore della baracca è un buongustaio, e non potrebbe essere altrimenti per un amante del bello come lui. È una specie di Bud Spencer prima che abbandonasse la dieta e lo utilizzo spesso come APP per avere consigli su locali carini dove mangiare bene. Il direttore della baracca è meglio di Tripadvisor, ti descrive il posto, i sapori e le quantità; soprattutto le quantità.

Gira sempre con quella macchina fotografica appesa al collo, come un cane san Bernardo e la sua borraccia di cordiale, e quell’ansia di non arrivare in tempo sul luogo della notizia. La prima volta che l’ho incontrato, naturalmente, è stato ad un concerto e nonostante l’aspetto burbero da Unno con il maglioncino con lo scollo a V ho subito capito che fosse un buono.

Sono gli occhi che lo fregano. Ha gli occhi gentili e intelligenti. Mi piace ascoltarlo; il direttore della baracca è ironico, sottile e multitasking, ha dei progetti e tutta l’aria di uno che porta a termine quello che comincia, così quando mi ha chiesto di collaborare alla rivista non ho saputo dirgli di no.

L’altro giorno insieme alle foto osè piratate a qualche presentatrice Tv, qualche jastemma web e l‘indirizzo di un pub dove fanno dei panini a “puorco”, mi ha anche inviato il link di ascolto del nuovo disco di Luca Ruzza.

Premetto che ho sempre avuto penna libera quando si è trattato di recensire un disco, che sono solito non scrivere di cose che non mi piacciono, e che questa volta, in quella frase di accompagnamento, “ascolta questo, mi sembra bravo”, ho come subodorato una sorta di tentativo di condizionamento psicologico. Ora c’è da dire che io ho la testa dura come i calabresi con i quali ho condiviso parecchi anni della mia vita e non sono facile ai condizionamenti, ma il pensiero di quelle mani grosse del direttore della baracca che potevano essere utilizzate anche per qualcosa di diverso dal solito click sulla reflex o lo schiacciamento dei tasti di una keyboard qualsiasi – e so di cosa sto parlando – un pochino mi ha fatto riflettere.

Studio il disco, ascolto e riascolto le tracce, le analizzo, verifico l’esistenza di altro materiale prodotto dal recensito, lo valuto, mi compenetro nella sua bio e scrivo in tutta onestà. Quello che troverete in “Soul in peace” è un rock spoglio, diretto ed essenziale che si muove come un pendolo. È un’altalena che Luca provvede a spingere su, in alto, verso sonorità hard per poi riaccoglierla tra le braccia di un rock più rassicurante. Canzoni intime, dove troverete tutta l’essenza dell’autore, la sua vita fatta di rinunce, grinta, sacrifici e rivalsa, ed è così che l’album si srotola come un quasi-concept. Un contenitore ricco di riferimenti personali, stati d’animo e sbalzi d’umore, pieno di storie da raccontare ed in questo, lo affermo senza paura di smentita, Luca Ruzza è veramente bravo, sopperendo così ad una vocalità potente ma spesso acerba e monocorde.

Procedo con l’ascolto e l’analisi delle tracce, una alla volta. Il disco inizia con “Intro…ck”, un’apertura strumentale, continua con “Baila”, carina, poi arriva “Cammino di notte”, e mi rendo conto che quella frase del direttore della baracca non era un oscuro tentativo di condizionamento ma la conseguenza di un ascolto completo del disco. Con questo pezzo Luca rimescola le carte. Si tratta di una canzone che emerge per chiarezza, intenzione e risultato armonico, innalzando il livello complessivo. Una quasi-ballad-sbagliata che mi ricorda tanto i System of a down, forse per le dinamiche o i cambi di tono, comunque è così che immagino l’avrebbero suonata, arrivati a piedi in un pub, in un giorno di pioggia, con il camion del service a dieci chilometri con le ruote bucate, e rifletto su come un po’ di cattiveria in più all’interno di “Soul in peace” non avrebbe guastato.

Il disco riprende con “In the sky” e “Nuovo giorno infinito” e scende di nuovo giù, la prima fa tanto “effetto già sentito”, un hard rock anni ‘80 con una chitarra ritmica che è quasi uno standard, la seconda è una collaborazione che cerca di ridare spinta al disco rimanendo in zona galleggiamento, si passa poi per “Soul in peace” dove la curva punta di nuovo verso l’alto con una bella chiusura che mi ha ricordato i Litfiba dei tempi migliori, per terminare con “You can see” e “Non so che sia” con la quale il disco si chiude così come si è aperto, con un piacevole pezzo strumentale.

L’andamento sinusoidale è il filo conduttore che attraversa un po’ tutto il disco. Ci sono canzoni che mi convincono, altre meno, ci sono dei bei testi e qualche sprazzo di originalità, tanta grinta ma anche poca melodica vocale. Ho aspettato, ho riflettuto, ho metabolizzato bene il tutto e sono arrivato alla conclusione che: Luca Ruzza è uno del mestiere, è un buon musicista con delle buone idee e tanta anima da raccontare, e che il direttore della baracca oltre ad essere un buongustaio ed amare i messaggini vocali è anche dotato di una buona dose di onestà intellettuale.

Domenico Rega

Luca Ruzza – “Soul in peace”, “Un’altalena di emozioni”. ultima modifica: 2016-11-10T17:20:15+00:00 da Domenico Rega