Il cielo di Roma si tinge di nero per il concerto dei The Cure

Torna in Italia a distanza di quattro anni, con ben quattro date del tour europeo, uno dei gruppi che dalla metà degli anni settanta ad oggi ha influenzato (ed influenza) la scena darkwave internazionale. I The Cure erano attesi dai fan italiani da ben 11 mesi, quando uscite le prevendite i biglietti andarono a ruba in pochi minuti. In questa sede preferiamo sorvolare sulla spinosa questione “biglietti” e raccontarvi, invece, cosa è successo nella tappa romana.

Iniziamo dal principio. In viaggio verso Roma abbiamo ceduto alla curiosità di conoscere la scaletta del giorno precedente immaginando le possibili variazioni e provando ad indovinare almeno un paio di brani che, a nostro avviso, non sarebbero mancati. Si ragionava anche sul fatto che corpose modifiche avrebbero potuto produrre nei fan comportamenti condizionanti, inducendoli ad acquistare i biglietti per tutte le date del tour affinché avessero  potuto assistere a tutte le perfomance live della band. Anche questa è una questione abbastanza delicata che andrebbe analizzata e sviscerata altrove. In ogni caso, se vi venisse voglia di approfondire la tematica vi suggeriamo la lettura del “Manuale di sociologia moderna sulla Napoli – Roma”, edizioni Scè 2016.

Ma torniamo al nostro racconto

Arrivati al Palalottomatica all’incirca verso le venti, ai cancelli, oltre al personale di servizio, piccoli gruppetti si muovevano verso l’ingresso. Sulle gradinate esterne alcune persone ingannavano l’attesa bevendo una birra e/o fumando una sigaretta. All’interno incontriamo lunghe file ai bagni ed ai bar. Insomma, tutti, in un modo o nell’altro, si preparavano all’ascolto. Noi ci avviamo diretti verso il settore dal quale abbiamo seguito il concerto. Appena entrati il colpo d’occhio non ci ha lasciato indifferenti. Gli spalti erano quasi completamente occupati mentre il parterre presentava alcuni slot liberi. Nel giro di pochi minuti l’atmosfera si è riscaldata ed il palazzetto è andato riempiendosi in tutti gli spazi che ad una prima occhiata apparivano vuoti. Le persone si sono strette idealmente attorno al palco in un abbraccio per accogliere i propri beniamini. Alle otto e trenta in punto hanno fatto il loro ingresso sul palco Robert Smith, Simon Gallup, Jason Cooper, Roger O’Donnell e Reeves Gabrels e senza molti fronzoli sono partiti a raffica con Shake Dog Shake, Fascination Street e A Night Like This. Robert, senza scomporsi più di tanto, ha accennato un saluto ed un grazie, consapevole del fatto che per stupire i presenti avrebbe dovuto badare più alla sostanza che alla forma. E così passano in sequenza pezzi come The lovecats, Hot hot hot, Wrong Number, High e Kyoto song. Alla goduria per le esecuzioni si è aggiunta la soddisfazione di aver azzeccato un paio di pronostici durante il viaggio.

A far da scenografia cinque grossi pannelli verticali dai quali venivano proiettate immagini dei membri della band alternate ad altre in tema con i brani eseguiti. E poi le luci, tante, sempre presenti, quasi a volere illuminare quell’angolo buio presente nei cuori di ognuno dei fan. E poco importa alla fine che l’audio non sia stato dei migliori. Il pubblico era lì solo per loro, sintonizzato sulle frequenze di emozioni irripetibili.

Un pubblico variegato, diverso nelle età e nei costumi in grado di sorprenderti come pochi. La facilità con cui si condividono emozioni sotto lo stesso cielo alle volte è disarmante. Accanto al classico prototipo del dark – abito scuro, occhi truccati di nero, capelli colorati, anfibi e chiodo tirati a lucido per l’occasione – conviveva una buona fetta di insospettabili. Tutti visibilmente coinvolti, educati e predisposti ad un ascolto maturo. Per questo non ti meravigli che ad un live dei The Cure buona parte delle persone sedute non si sia alzata dal proprio posto per ballare. Strano ma bello. Davvero. Per la prima volta in vita mia ho assaporato il piacere di seguire ed osservare un concerto in religioso silenzio. Il clima tuttavia si è surriscaldato sull’ultimo encore, a ritmo dei pezzi più commerciali, quelli sui quali era quasi impossibile non lasciarsi andare.

I The Cure dal vivo sono come te li aspetti: Concreti!

Quasi tre ore di concerto, trentuno brani, uno più bello dell’altro.

Salvatore D’Ambrosio