Uno sguardo dal ponte al Teatro delle Palme di Napoli

 

“Dramma dell’immigrazione, ennesima tragedia familiare a New York”

Un titolo di cronaca, uno dei tanti. Basta un titolo nel 2016 per sapere da che parte schierarsi, perché conosciamo tutto di ogni vicenda e non abbiamo bisogno di approfondirne i contenuti, conoscerne i fatti, le persone. No, ci fidiamo del titolo, abbiamo capito tutto. E se ci interessa qualche particolare ulteriore ci vengono in soccorso gli speciali alla tv. E se proprio non siamo soddisfatti c’è internet che sa di tutto e di tutti. E così, comodamente seduti sul nostro bel divano, sappiamo che gli immigrati clandestini vengono nel nostro paese per rubarci il lavoro, la terra, la speranza, la dignità. Vogliono le nostre case, le nostre donne, i nostri soldi. E questa condizione ce la impongono le banche e gli squali della finanza. Lo dicono i politici e la gente comune. Tutto chiaro, tutto lineare, non c’è altro.

Una storia vera, una tragedia familiare, un’analisi approfondita delle fragilità umane, l’eterna lotta tra l’essere e il voler essere, il desiderio di superare i propri limiti e l’infelicità che ne consegue. È il 1955 e questa storia ce la racconta Arthur Miller, uno dei drammaturghi più significativi del secolo scorso. Nel 2016, a distanza di settant’anni, tornano prepotentemente d’attualità tematiche che credevamo la storia avesse assorbito definitivamente. La rappresentazione di Uno sguardo dal ponte, in un’epoca confusionaria e folle come la nostra, risulta quindi quanto mai opportuna. A proporcela è il regista Enrico Lamanna che porta in scena per i teatri italiani una delle problematiche più spinose: l’immigrazione.

“...io alla fine me la sono spiegata così: dietro quel loro modo cauto di salutare c’erano tremila anni di sfiducia. Avvocato vuol dire Legge ed in Sicilia, da dove arrivano i loro padri, la legge, fin dai tempi dei greci e dei cartaginesi, non è mai stata un’amica. ” “…allora volevamo tutto, poi ci siamo perfettamente americanizzati, perfettamente civilizzati e ci accontentiamo della metà. Ma per me forse è stato meglio così, non ho più dovuto tenere una rivoltella nel cassetto della scrivania ed il mio lavoro, man mano, non ha avuto più nulla di avventuroso. Mia moglie mi criticava, anche i miei amici mi dicevano che la gente di quel quartiere non era elegante, non era chic; infatti, con chi avevo a che fare io: scaricatori di porto e le loro consorti, i loro padri ed i nonni, problemi d’indennizzo, sfratti, liti familiari”. È L’avvocato Alfieri (Gaetano Amato), voce narrante e consigliere di Eddie Carbone (Sebastiano Somma), ad introdurci nel racconto. Eddie accoglie in casa Marco (Maurizio Tesei) e Rodolfo (Edoardo Coen), due cugini siciliani della moglie Beatrice (Sara Ricci) giunti clandestinamente in America in cerca di fortuna. La loro presenza tra le mura domestiche sconvolgerà gli equilibri familiari, minando alle fondamenta il rapporto tra Eddie e Catherine (Cecilia Guzzardi) – nipote di Beatrice rimasta orfana e cresciuta dai due – e tra questi e la moglie.

L’impianto narrativo ruota attorno alla figura di Eddie, scaricatore di porto, siciliano emigrato anch’egli, buono d’animo ma conservatore nei principi. Eddie ha a cuore le sorti della giovanissima Catherine, immagina per lei un futuro roseo fuori dai confini di quel quartiere che li ospita e che tanto gli sta stretto, ma ha serie difficoltà a gestire la paura di perderla per sempre. È la condizione umana che senza filtri emerge ed è sviscerata con maestria dall’interpretazione di Sebastiano Somma. Questi mette a nudo tutte le sfaccettature emotive che contraddistinguono l’esistenza di chi vive un dramma interiore. Una condizione celata dietro preoccupazioni giuste ma allo stesso tempo esagerate. A farglielo notare in più occasioni non è soltanto la moglie Beatrice – preoccupata per il marito e per il loro rapporto – ma anche l’Alfieri, il quale consiglia di accantonare definitivamente i conflitti accettando ed assecondando i desideri di Cathy. In questi incontri le parole dell’avvocato suonano idealmente come la voce del progresso, della civiltà e della libertà, che ha tuttavia come contraltare lo sfruttamento della condizione di subalternità degli ultimi, carburante indispensabile ad alimentare i motori del “sogno americano”.

Uno sguardo dal ponte è sicuramente una diversa prospettiva da cui osservare il mondo, un buon punto di partenza per analizzare le motivazioni di chi decide di attraversare, su imbarcazioni di fortuna, il mare ed i pericoli ad esso connesso. Nessuno sceglie il posto in cui nascere, nessuna legge che si definisca giusta può stabilire la clandestinità di un individuo rispetto ad un popolo od ai propri sentimenti. La diversità è ricchezza e l’integrazione è l’unica strada percorribile.

Vivamente consigliata la visione.

di Salvatore D’Ambrosio

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