#Fumettidelvenerdì: Jan Karski – L’uomo che scoprì l’olocausto

Il 27 gennaio è la “giornata della memoria”, giornata simbolo perché in questa data, nel 1945, le truppe sovietiche liberarono il campo di concentramento di Auschwitz.

Il valore della memoria, specie quando è legata ad una delle peggiori atrocità commesse dall’uomo verso altri uomini, assume un ruolo fondamentale. Non che della “Shoah” ci si possa facilmente dimenticare, ma l’uomo, si sa, tende a rimuovere il dolore ed il senso di colpa, e tutti noi, in quanto esseri umani, non possiamo non sentirci “colpevoli” del genocidio ebraico.

Ma parlavamo di memoria. Mai dimenticare, sempre ricordare. Ed è proprio grazie alle memorie dello “sconosciuto” e coraggioso partigiano polacco Jan Karski, il primo a denunciare a Churchill e a Roosevelt gli orrori che i nazisti stavano perpetrando, che l’umanità ha svelato a se stessa il dramma dell’olocausto.

La straordinaria tecnica narrativa di Marco Rizzo e lo stato di grazia grafico di Lelio Bonaccorso costruiscono uno straordinario fumetto che fa della memoria, del suo valore socio-culturale ed educativo, il perno centrale.

Il giovanissimo venticinquenne Jan, dopo l’arresto e la successiva fuga, decise di unirsi alla resistenza polacca e fu incaricato dell’infausto compito di raccogliere testimonianze sulla situazione del paese e dei campi di sterminio. Con uno straordinario coraggio, Jan, fece ciò che sembrava solo follia: come una spia degna di un romanzo di Ian Fleming, penetrò nel ghetto di Varsavia e si travestì da lavoratore dei campi di concentramento per raccogliere tutte le testimonianze possibili e più accurate. Rizzo e Bonaccorso si servono proprio di tali memorie per raccontare la storia dell’eroe inascoltato che riuscì, per primo, a mostrare al mondo gli orrori della Shoah.

Il fumetto è come un pugno allo stomaco emotivo, ti conquista dalla prima battuta, non concede spazio al patetico o al “romantico”, asciutto, disarmante e commovente .

Il lettore legge le pagine, ammira le tavole come se fosse un documentario: nessun fronzolo, nessuna “bambina dal cappottino rosso” che ti deve far commuovere a tutti i costi, solo la cronaca brutale degli eventi. Il punto di forza narrativo è proprio questo: la storia ed i fatti che, con tutto il loro orrore, non hanno bisogno di costruzioni. I fatti  raccontati da Jan  sono eventi reali, quelli che Rizzo e Bonaccorso riportano sono le immagini estrapolate dalle testimonianze di Karski.

Forse, il punto  drammaticamente più coinvolgente ed emotivamente disturbante è nel capitolo sei, dove le parole utilizzate sono proprio quelle di Karski. Nel pieno rispetto Rizzo le ha lasciate inalterate, affidando a Bonaccorso il compito di creare la sconvolgente materia visiva.

Dunque, i testi di Marco Rizzo riescono nel difficile compito di aderire alla narrazione documentaristica del racconto, lasciando comunque il sottofondo personale del protagonista per ricordare la dimensione umana degli eventi. Ad accompagnare la sceneggiatura, lo stile nervoso, quasi caricaturale, di Lelio Bonaccorso si presta alla perfezione alla narrazione cruda e realistica della storia, perché non serve il dettaglio fotorealistico, il disegno deve colpire direttamente al cuore e non alla mente razionale.

Nonostante i necessari “tagli” e “compromessi” adottati per ricostruire l’intera, lunga e complessa vicenda in un unico volume a fumetti (vincitore del Premio Cezam nel 2015), l’opera di Rizzo e Bonaccorso è da annoverare tra i fumetti più straordinari per la potenza visiva e narrativa, capace di imprimersi nell’immaginario del lettore e diventare un punto fermo nella sua memoria. “Memoria” per l’appunto.

Leonardo Cantone