Whiskeycold Winter – Cosmic Hangover: un trip cosmisco tra mille sonorità

 

La prima volta che ascoltai i Whiskeycold Winter fu allo Sweet Leaf Fesival , il 4 di Agosto in quel di Vitulano (BN), con la pittoresca cornice delle Montagne del Taburno a fare da sfondo.

Ricordo bene quel giorno perché è stato uno dei pochi felici in quest’anno bisestile maledetto (sotto ogni punto di vista!): mangiai e bevvi come il peggior suino e… rimasi fottutamente sorpreso dai nostri Whiskeycold. Furono di certo la band underground che ebbe il maggiore impatto su di me in quella fresca serata estiva. “Questi sono i figli bastardi di Zakk Wylde!” pensai a primo acchito (non solo per il timbro vocale di Simone). Nulla di dispregiativo, siamo intesi: “bastardi” perché, proprio come l’ipotetico padre, non mostrano una “purezza di sangue”. Dentro di loro scorre l’anima redneck dei compianti Lynyrd Skynyrd, un tocco di doom puramente Sabbathiano da cui deriva in seguito un’attitudine stoner, la psichedelia anni ’70 (basti guardare la copertina del loro EP) e la sporcizia di uno stile moderno in chiave Black Label Society (per l’appunto). Avere cotante influenze e racchiuderle in un unico progetto, decisamente riuscito, è indice di un’unione tra cultura e tecnica, tra pensiero ed azione, tra idee e messa in atto.

Il progetto di cui parlo è naturalmente “Cosmic Hangover” primo EP “ufficiale” (precedenti demotape autoprodotti sono “Black Water and Clearsmoke” del 2011 e “Demons Vol.II” del 2013) del quartetto partenopeo. 4 tracce: “Fishman Child” parte con un’intro folk/blues per poi aumentare di potenza e far comprendere la propria venatura stoner e psichedelica; il testo richiama ad un elogio delle proprio origini. “The Shadow Line” è un blues contemporaneo triste e malinconico che sfocia in un incredibile assolo e tratta della nostalgia verso un passato migliore. “Doomsday Roses” ha un riff decisamente seventy’s ed un’impostazione decisamente stoner, prima e seconda voce sono in perfetta sintonia per descrivere un’esaltazione allo spirito dionisiaco Nietzschiano. “Space Beggar”, pezzo conclusivo introdotto da basso e batteria, è sicuramente – anche per il titolo – la canzone più psichedelica: nel tentativo di raggiungere la Luna, il protagonista della canzone viaggia nell’iperspazio in stile “Planet Caravan”, accompagnato dal connubio travolgente tra prima e seconda voce e da un magnifico assolo.

Cos’altro dire? Pochi gruppi sono anacronistici rispetto al luogo dove nascono e pochi gruppi al contempo riescono a trasportarmi metaforicamente nel luogo da dove deriva “de iure” la loro musica; ascoltando ad occhi chiusi i Whiskeycold Winter pare di trovarmi sulle sponde del Mississippi, assorto tra i miei pensieri; a parere del sottoscritto, se fossero nati a New Orleans a quest’ora avrebbero già sfondato la scena mainstream. Avremmo voluto un album: un EP è oltremodo riduttivo per l’estro di questi ragazzi del “South”.

Vi lascio con questa versione acustica di “Fishman Child” 

Formazione

Simone Pennucci – Voce, Chitarra

Pietro La Tegola – Chitarra

Emanuele Mosella -Basso, Voce

Roberto Liotti – Batteria

 

Francesco Forgione