Celebrando trent’anni di fottuto massacro collettivo!

 

Qualche settimana fa mi ero occupato di scrivere una breve descrizione riguardante gli Extrema (qui), quindi, saltando la parte introduttiva, passerò direttamente al racconto della serata.

Dopo varie peripezie, dovute al fatto che era la prima volta  “in trasferta” in un locale della capitale, finalmente io e il fido fotografo amico di una vita giungiamo al Jailbreak. Atmosfera accogliente, il palco è già pronto per i Pestenera, sono da poco passate le 21.30. Come intuibile, ad attenderci ci saranno cover dei classici dei Pantera: è sempre bello ascoltare pezzi come Mouth For War, Fucking Hostile, Cowboys From Hell, Hollow ed eccezionalmente una This Love con un inedito GL Perotti – per chi non lo sapesse, il singer degli Extrema – fuoriuscito improvvisamente dal camerino per unirsi al cantante nel coro.

Tempo tre quarti d’ora ed è il momento dei Black Motel Six. La musica non cambia: gruppo con sonorità groove metal identificabili nel defunto quartetto texano. Lo spettacolo comincia, nel vero senso della parola, quando, ore 23 circa, arriva il turno degli Engelstein, unica tribute band nostrana ai Rammstein. Perché parlavo di spettacolo? Perché la scenografia dei live del gruppo della ex DDR è stata riprodotta in scala ridotta: il Till Lindemann romano ha brandito un vero lanciafiamme durante Benzin, spargendo fuoco a breve distanza da noi astanti ; tre avvenenti ballerine ci hanno ammaliato con le loro danze durante Engel; mancava il pene gigante durante l’esecuzione di Pussy ma ci siamo accontentati dei vari macchinari per produrre effetti pirotecnici sparsi sopra e sotto il palco. Scoccata la mezzanotte gli Engelstein si ritirano in camerino.

Una birra, una sigaretta e quattro chiacchiere in inglese con un metallaro spagnolo in trasferta a Roma (?!) precedono gli Extrema. Si parte col botto: Join Hands, tratta dal primo storico album, Tension At The Seams. Segue un trio di bombe a mano fuoriuscite dall’ultimo ep, The old School: Carcasses, Tribal Scream e Child Abuse; thrash di “vecchia scuola” ri-registrato nel 2016. Le successive Between The Lines e Deep Infection sono invece tratte dall’ultimo album, The Seed Of Foolishness del 2013. GL e Tommy Massara paiono in gran forma quando decidono che è arrivato il momento di suonare alcuni pezzi maggiormente conosciuti: New World Disorder e Second Coming. Ma GL è sempre in gran forma, oltre a non essere mai quieto e domato , soprattutto quando si tratta di canzoni di spiccata critica verso la politica e coloro che detengono il potere, quali le successive Selfishness , The Positive Pressure Of Injustice, Pyre of Fire e Money Talks, in cui il cantante, goliardicamente e in maniera scanzonata, rimarca come vi sia la necessità di “formare un esercito del metal diretto verso Montecitorio ed armato di lanciafiamme”. Massara sogghigna velatamente di fronte queste parole ma, di certo, questo non vuol significare una prestazione sottotono da parte sua: difatti solo (e finalmente, aggiungerei) alla fine si scatena un accenno di pogo, anche spinto dal sottoscritto che, per un attimo, dimentica la sua figura di redattore e torna a fare lo sbarbatello a cui piaceva buttarsi nel mosh senza pensare alle conseguenze per la sua salute fisica.

I pezzi adatti per scatenare un briciolo del tanto desiderato “fottuto massacro collettivo” sono la mastodontica From The Eighties, inno alla scena metal degli anni 80, una distruttiva cover di Ace Of Spades dei leggendari e rimpianti Motorhead e This Toy, un altro pezzo storico del gruppo. Life segna la fine dell’esibizione del quartetto milanese, con Tommy Massara che presenta Francesco “Frullo” La Rosa alla batteria, Gabri Giovanna al basso e “l’uomo che parla anche quando dorme”, Gianluca “GL” Perotti, al microfono. Si chiudono le luci e cala il sipario sulla serata.

Poco dopo ci divertiamo a parlare per una manciata di minuti con il mitico GL, sempre gentile e predisposto al colloquio con i fan.

Il mio parere su questo concerto? Come si può chiaramente notare, ho deciso di impostare questo report in maniera fondamentalmente personale perché gli Extrema li seguo da svariati anni e rappresentano il mio gruppo metal italiano preferito. Ma anche e soprattutto poiché, pur provando a trattenermi, questa volta è necessario che io scriva una breve filippica contro un fatto increscioso che ho avuto modo di constatare con i miei occhi. Ritengo sia oltremodo vergognoso che il pubblico accorra a valanga sotto al palco per una tribute band – senza nulla togliere al lavoro di quest’ultime, sia chiaro dal principio – per poi, successivamente, fuggire via nel momento in cui inizi a suonare una band che ha scritto la storia del thrash metal del nostro paese. Perché questo è avvenuto, senza se e senza ma: durante gli Engelstein la partecipazione è stata totale; terminati loro, una fetta consistente degli spettatori, se non addirittura la metà, è scappata per non tornare più ed accasarsi all’angolo bar, o, ancora peggio, dirigersi verso casa. Un gesto del genere, per ciò che può valere il parere del sottoscritto, è irrispettoso verso chi, in tempi non recenti, “s’è fatto il mazzo” per importare in Italia un genere musicale totalmente estraneo alla nostra cultura;  cosa di gravità maggiore, è un gesto che uccide quel poco che resta della scena metal italiana. Parola di un (quasi) ventiquattrenne disilluso. Per fortuna, però, che c’è chi, come me, ha saputo apprezzare il talento e la tecnica di questi non più giovanotti della vecchia guardia con trent’anni di carriera sul groppone.

 

di Francesco Forgione

Fotografie a cura di Emanuele Grillo – tutti i diritti riservati