The Dandy Warhols : Back to 2000

E’ il 17 febbraio 2017, eppure sembra il 17 febbraio 2000.

Siamo al MONK di Roma, eppure sembra d’essere al “Bait Shop” (il locale di fantasia frequentato dai protagonisti della serie tv “The O.C.” a Newport Beach).

Stasera ci sono i The Dandy Warhols in concerto.

Per chi non li conoscesse, i The Dandy Warhols sono una band americana alternative rock formatasi a Portland agli inizi degli anni ’90. Fortemente influenzati dalla psichedelia degli anni ’60, esordiscono nel ’95 con “Dandy’s Rule OK”. Salgono agli onori della cronaca nel 2000 con la pubblicazione del terzo album Thirteen Tales From Urban Bohemia”. Un Successo che non troverà la giusta consacrazione nel corso degli anni successivi, durante i quali vengono pubblicati ben sei album

Distortland”, l’ultimo in ordine cronologico, pubblicato lo scorso anno (aprile 2016), li ha riportarti in giro per l’Europa con un salto, ovviamente, anche in Italia a Brescia e Ravenna. Per mia disgrazia non riuscii a partecipare a nessuna delle tappe italiane. Quest’anno, venuta a conoscenza della data romana, ho deciso che fosse un’occasione irrinunciabile per valutare, finalmente, l’impatto live del gruppo. E così mi sono fiondata al Monk.

Ma bando alle ciance.

La band sale sul palco e scalda la folla con “Be In”. A seguire ci sono “Get Off” e “Not If You Were The Last Junkie On Earth”, probabilmente le canzoni più autentiche e significative  di una band cresciuta a cavallo tra gli anni ’90 ed i primi secoli del nuovo millennio. Il pubblico inizialmente è poco partecipe, pare non respirare l’atmosfera che si crea sul palco. E’ fermo, silenzioso, come in attesa di una hit per scuotersi dal torpore. Il concerto, dal canto suo, è tutt’altro che piatto: si alternano, per due ore circa, senza soluzione di continuità, psichedelia e alternative rock. Le attenzioni ricadono spesso su Zia McCabe, l’unica donna e probabilmente anche la vera leader del gruppo, la quale si divide egregiamente tra basso, tastiere e tamburello. 

Sul palco non ci sono abbellimenti scenici o luci particolari. C’è la musica, così come deve essere. La band, in particolar modo Courtney Taylor-Taylor, prova ad instaurare un dialogo con i fan invitandoli, addirittura, a bere tutti insieme a fine concerto. Come un copione già visto, è con “Bohemian Like You” e Godless” che la gente si scatena.

Il concerto termina con “Better Boys” e con un “Grazie Mille” della band ai presenti.

A fine concerto Courtney Taylor-Taylor si aggira tra i fan sorridente e soddisfatto dello spettacolo appena conclusosi.

I The Dandy Warhols sono stati criticati,negli ultimi dieci anni, per non essere riusciti a consacrasi sulla scena internazionale. È triste pensare che il successo in Italia, ed in Europa in egual modo, sia arrivato solo grazie all’utilizzo di  “Bohemian Like You” per lo spot della Vodafone o “We Used To Be Friends” per la sigla della serietv “Veronica Mars”.

I The Dandy Warhols, a mio avviso, sono stati molto più rivoluzionari di quello che noi ci accontentiamo di conoscere. La scelta di restare fedeli al proprio genere, seppur non funzionale alle mode del momento, è un chiaro segnale che l’interesse preminente della band è quello di realizzare buona musica slegata dalle logiche di mercato. Alla fine non è qualche disco in più venduto a fare la differenza.

Per una sera è stato bello immergersi in quello che fu il panorama musicale alternative di inizio 2000, ancora incontaminato. È stato bello immaginarsi Oltreoceano, con una band a cui frega più avere un rapporto vero con i propri fan che godere di un effimero successo.

Assunta Urbano

(la foto di copertina è di Simone Cecchetti )