Caro Lucio ti scrivo: una promessa non mantenuta

È sempre difficile buttare giù pensieri fluidi e irrazionali, forse risulta più semplice per un critico che, con la freddezza di un chirurgo, scruta, analizza, valuta la fotografia, il montaggio, la recitazione. Per cui, più che di “recensione” dovrei precisarvi che si tratta di “impressioni di una fan profana”. Un profano racconta ciò che quel film gli ha trasmesso ed il più delle volte non sa nemmeno perché. Se a questo sommiamo la tipologia del film in questione, il tutto si complica.

Essere super partes è difficile per una fan di Lucio come me: le sue canzoni, ormai immortali, fanno piangere, ridere, sognare, tormentano e consolano ma, soprattutto, ti fanno viaggiare.

La trama è l’inizio del viaggio: breve, asciutta, illuminante. I personaggi delle sue canzoni gli scrivono, prendono vita dopo e al di là dei suoi pezzi, e gli raccontano cosa ne è stato di loro. Con lo stato d’animo entusiasta, sono entrata nell’accogliente, piccola (nel senso proprio del termine) e calda sala cinematografica dal gusto rétro.

Cosa è avvenuto dopo? L’attesa. L’attesa durata un’ora e mezza circa. L’attesa che la promessa della trama fosse mantenuta, che l’idea fosse pienamente sviluppata. Ed invece no, l’impressione prevalente è stata di un film a tratti quasi amatoriale o scolastico, incapace di estrinsecarsi appieno, con scene, mute o parlate, poco recitate o recitate male e storie a volte scontate, altre volte di una bellezza grezza. Ciò che è mancato, dunque, è la forza emotiva ed evocativa delle immagini, più che dei testi.

Forse, le aspettative erano troppo alte ed il termine di paragone troppo impegnativo: le canzoni di Lucio, appunto, e la loro vivida capacità di materializzare parole e sentimenti. Io li ho visti Anna e Marco, ho sentito il loro tormento, la solitudine e poi le loro anime vibrare insieme. Sono stata sotto il muro di Berlino prima della caduta ed amato in quella notte di passione travolgente di Futura.

Di converso, il film e le sue storie avevano uno scarso intreccio narrativo da un lato e poca intensità emotiva dall’altro. Ciò che è rimasto è una bella idea sviluppata a metà.

Peccato, perché l’ora e trenta è passata piacevolmente, qualcosa di toccante ci è stato – la storia de “La casa in riva al mare” con la voce della straordinaria Piera Degli Esposti – ma  nulla di paragonabile alla magia che si crea chiudendo gli occhi e ascoltando “semplicemente” la sua musica, la sua voce. Ma alla fine forse è giusto così.

Floriana Fusco