#Fumettidelvenerdì: X-Men – Dio ama, l’uomo uccide

Che le storie degli X-Men siano state da sempre accompagnate da un tema, profondo, fondante le loro avventure, è chiaro per qualunque nerd – anche per il meno nerd che si sia mai avvicinato al mondo dei mutanti Marvel: la diversità.

Fin dal loro esordio, il gruppetto degli X-Men era il gruppo dei diversi, degli emarginati, degli individui minacciati dai “normali”, gli eroi incompresi che operano per il bene del mondo, ma che da questo mondo non vengono accettati.

Ma, forse, nelle mani sapienti dello sceneggiatore Chris Claremont, il gruppo di mutanti ha toccato straordinarie vette: la Saga della Fenice e Giorni di un futuro passato, solo per citarne due che anche i soli amanti della saga filmica degli X-Men può conoscere. E Dio ama, l’uomo uccide è senz’altro una di queste.

Accompagnato dalle matite granitiche e possenti di Brent Anderson, lo sceneggiatore statunitense, tesse una dramma dal forte contenuto sociculturale e dalle tinte thriller.

Anche nel format, Claremont decise, per questa sua storia, non di adottare il semplice meccanismo seriale, ma quello del graphic novel. E così nel 1982, la Marvel pubblica la storia di odio, razzismo e violenza con protagonisti gli X-Men.

Il reverendo Striker, ex militare diventato santone televisivo, odia gli homo superior e nel suo delirio di onnipotenza propone e, drammaticamente, mette in atto uno sterminio della razza mutante. Gli X-Men, dunque, si vedono costretti a scendere in campo, non solo per difendere la propria “comunità”, ma anche per salvaguardare l’umanità stessa, non intesa semplicemente come “razza”, ma come humanitas.

Il plot da poliziesco politico e da spy story si presta egregiamente all’azione supereroistica, profusione di superpoteri, ma le immagini che più rimangono impresse sono quelle di Professor X spersonalizzato, che perde il proprio statuto di essere senziente, o dei cadaveri dei mutanti gettati come oggetti. La crociata di Striker, strumentalizzata e spettacolarizzata dai media, è fin troppo riconoscibile e – dato che il fumetto ha ormai 35 anni – tristemente attuale: ancora una volta, è il male del singolo che genera e produce altro male, in una spirale che non ha mai fine.

Quello che Claremont e Anderson regalano al lettore, dunque, è una storia amaramente immortale, che abbraccia tematiche come la “banalità del male”, della “guerra santa” costeggiando, attraverso potenti immagini visive, anche l’”olocausto”. Una frase di Kitty Pride è, forse, molto più eloquente: «non era un mutante malvagio o un supercriminale, o una macchina assassina, Logan… Solo un ragazzo che diceva sciocchezze» parlando di un’aggressione verbale sfociata poi in fisica di un giovane fomentato dall’ideologia razzista di Striker. Chiunque, dunque, nel suo piccolo, nel proprio personale, può essere un motore d’odio.

Per questo, la “crociata d’odio”, tema portante della graphic niovel, è simile a tante altre: non importa su quale argomento o mosso da qualsivoglia ideologia, l’odio genera solo sofferenza. Il fumetto, quale straordinario medium capace di intercettare tutte le tematiche umane e sociali, anche attraverso personaggi e racconti che possono sembrare lontani da questi contenuti, attraverso i grandi autori, smuovo riflessioni necessari e fondanti l’identità umana.