La “scienza” fantascientifica di Europa Report

La categoria “fantascienza” comprende una vasta gamma di sfaccettature, da luoghi comuni a sperimentazioni, da utopie a distopie, muovendosi tra topos letterari, cinematografici ed esplosioni grafiche e multimediali.

Europa Report è qualcos’altro.

Il regista ecuadoriano Sebastián Cordero sembra scherzare con il genere, quasi sfidarlo ad un gioco nuovo, realizzando un ottimo film senza, tuttavia, sforzarsi di violare le leggi della fisica e utilizzando il più possibile la realtà. Il tutto con un budget molto limitato ma straordinariamente sfruttato.

La trama è “semplice”, minimale, così come l’estetica. Tale caratteristica favorisce a rendere il film “anomalo” rispetto al genere, ma il punto di forza è aver saputo miscelare fantascienza, documentario e thriller. Il film ricostruisce la missione spaziale verso Europa, una delle Lune di Giove: la presenza di acqua sul satellite (la scienza realmente ipotizza da tempo che ci siano oceani liquidi sotto la crosta ghiacciata) fa supporre l’esistenza di vita aliena nel nostro sistema solare. Il compito della spedizione è tornare indietro portando sulla terra informazioni.

Mai fino ad adesso l’uomo si è potuto spingere così lontano nell’universo. Gli astronauti a bordo della nave sono i pionieri (ma niente affatto gli eroi) di un viaggio oltre le barriere e i limiti della conoscenza. Conoscono bene il significato e i rischi della loro missione ed ognuno in modo diverso, ognuno con la propria storia personale, diventa testimone di un viaggio oltre le “colonne d’Ercole”, oltre i paradigmi, le sicurezze della umanità. Prevale il senso di smarrimento: l’universo, che l’uomo ha sempre posto intorno a sè ed in funzione di sè, è indifferente alle vicende umane. L’uomo e la sua storia millenaria non sono il centro attorno cui tutto ruota. La meraviglia, lo stupore per la bellezza, anche se in forme del tutto atipiche, condiziona la visione del film; il coraggio non è presente in veste epica ma come stimolo a sfidare ogni certezza per amore della scoperta.

Una valutazione univoca ed oggettiva di questo prodotto risulta complessa: la pellicola merita di essere vista senza condizionamenti, ognuno deve intraprendere il proprio viaggio.

Sul piano meramente tecnico, il film appartiene ad una categoria cinematografica nata negli ’80 ma che conosce un’ampia diffusione – fino alla saturazione – soprattutto durante gli anni 2000: è un “mockumentary” (dalla fusione di mock – finto – e – documentary – documentario). L’estetica è, dunque, quella di un documentario che si presta ad un prodotto di fiction, costruito raccogliendo frammenti di video precedenti, successivi e sincronici alla spedizione. Il found footage (filmato ritorvato) è uno stile molto utilizzato nel genere horror, tuttavia qui sembra trovarsi particolarmente “a proprio agio” ed è funzionale alla storia ed al suo ritmo. Il regista utilizza questo espediente narrativo con sapienza, senza scadere nell’eccesso, favorendo l’immedesimazione catartica dello spettatore. Il senso di claustrofobia proprio del film attanaglia lo spettatore e lo corrode con la sua apparente lentezza, senza servirsi di espedienti caratteristici della fantascienza (come l’ibernazione, alieni antropomorfi o super navicelle). L’intero film è calato nel realismo, con minime e irrilevanti concessioni all’esagerazione, sia della trama che delle immagini.

Stefano Porrazzo