#Fumettidelvenerdì: Jaybird

Tu guardi la copertina e pensi: «ma quanto è tenero quell’uccellino spaventato… Gli occhioni grandi, il becco all’ingiù, le piume arruffate…». Poi cominci a leggere Jaybird e ti rendi conto che la prima impressione, di una storiella paurosa per bambini, era completamente sbagliata, ma il racconto dei due fratelli finlandesi Lauri e Jaakko Ahonen – al disegno il primo, ai testi il secondo – è un angoscioso viaggio verso l’ossessione e la paura che, come una spada di Damocle, traccia il tuo cammino esistenziale.

Non era facile realizzare un fumetto così: il silenzio, il vuoto, regna sovrano, come regna sovrana una profonda solitudine, fatta di gesti quotidiani e ripetitivi che intrappolano il piccolo protagonista. Il tema dell’intero graphic novel è, appunto, la gabbia, la prigioni, non necessariamente fisica ma sopratutto mentale. La metafora dell’uccello in gabbia è voluta, forse all’apparenza scontata, ma assolutamente evocativa e perfetta per il tema di Jaybird.

I disegni sono splendidamente penetranti, intrappolano il lettore assieme al piccolo protagonista, complici le vertiginose inquadrature che lanciano lunghe prospettive desolanti. Spesso il disegno si sofferma, indugia, sui volti, sulle espressioni, sui dolori incapaci di essere verbalizzati o che non possono, semplicemente, esserlo. La focalizzazione della storia è interamente destinata al piccolo uccellino ed il lettore, come lui, è costretto ad essere intrappolato nella casa dalle ossessioni e dalle paure della madre. L’altro personaggio, fulcro drammatico del racconto, è dunque la madre del protagonista: uccello anziano che necessita di cure e che il figlio cerca di sostenere e accudire. È proprio nel rapporto madre-figlio che si genere il conflitto emotivo della storia: l’ereditarietà delle nevrosi e delle paure, egoisticamente, ingabbia i figli costretti a sopportare il peso del passato familiare. La casa è addobbata di quadri, ritratti di famiglia, severi, ieratici, che, con sguardo perennemente accusatorio, costringono costantemente il piccolo uccellino a rimanere su una strada antica, tracciata in passato dai protagonisti dei dipinti e che, a lui, va decisamente stretta.

L’ambientazione è dal gusto antico e il riferimento dichiarato, ma con valore simbolico, è quello di un ibrido tra prima e seconda guerra mondiale, sottolineando metaforicamente la figura dell’oppressore che intrappola l’oppresso: con un interessante cambio di registro stilistico, l’esercito tedesco è ritratto come rapaci pronti alla distruzione di ogni elemento familiare. Il protagonista, con tale fardello sulle proprie piccole spalle, vive con il peso di voler difendere il proprio mondo. Ma sta difendendo il proprio mondo o un mondo che non c’è più?

Finanziato attraverso il crowdfunding e pubblicato nel 2012, Jaybird è la testimonianza che il fumetto d’autore trova un proprio percorso anche senza entrare nelle logiche commerciali delle grandi case editrici, perché è espressione del bisogno, da parte del pubblico, di ritrovarsi in un racconto che, nonostante la metafora del mondo animale e di una guerra ormai lontana, riesce a raccontare dinamiche emotive immortali che, almeno una volta nella vita, chiunque ha dovuto affrontare. Non è detto, però, che le abbia risolte.

Ho detto bene, mamma?

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di Leonardo Cantone