Le dodici fati(di)che di Scè: Intervista ad Il Sogno di Ilse

Le fati(di)che di Scè sono dodici domande a bruciapelo poste ad artisti e gruppi emergenti del panorama indipendente italiano per metterne a nudo vizi e virtù.  

Questa è l’intervista realizzata da Salvatore D’Ambrosio e Tiziana Teperino ad Il sogno di Ilse

Che piatto siete? 

Difficile a dirsi…forse un pranzo della domenica tipicamente napoletano. Oppure una pizza: di fondo un impasto semplice (ma dotato dei suoi piccoli segreti) che può essere farcito di volta in volta in modo diverso. Qualcosa dal sapore antico, ma (almeno si spera) sempre nuovo. Un pasto completo, insomma, che necessita di pochi ingredienti mescolati secondo il giusto dosaggio. Ma, al tempo stesso, ci descriveremmo anche come un bicchiere di buon whisky, torbato per l’esattezza: uno di quelli che si sorseggiano ad occhi chiusi, per sentire il sapore del muschio, i retrogusti fruttati di isole ancora selvagge, dove il mare si mescola alla brughiera. Ecco, noi siamo la mescolanza di questi due elementi: qualcosa di estremamente legato alla terra, alla nostra terra, e, al tempo stesso, qualcosa di remoto, selvaggio e tempestoso.

La vostra prima volta? 

Anche in questo caso è difficile individuare una prima volta: se non altro a causa dei vari cambi di formazione. Il primo live con l’assetto attuale è stato… folgorante! Eravamo reduci da una lunga fase di stallo dovuta al radicale rivoluzionamento della sezione ritmica. Ritrovarsi sul palco tutti assieme è stato come conoscersi da tutta la vita, nonostante ci frequentassimo solo da pochi mesi. L’impatto è stato alchemico, potente: è stato splendido avere la sensazione di essere un solo corpo, un’anima sola dotata di voci diverse. Insomma, per dirla a nostro modo, siamo riusciti a creare la nostra magia, ad immergerci in un sogno e ad evocare il nostro Giardino Selvaggio. Per noi l’esperienza del live è questo, in fondo: dimenticare la realtà ed avventurarci ogni volta in una nuova visione. Non conta se proviamo euforia, estasi, rabbia o dolore: quello che importa è sentire tutto come se fosse la prima e l’ultima volta.

Fermo Immagine

(descrivete il momento artistico che state vivendo, qui ed ora)

C’è un’immensa voglia di creare, di dare vita a tutti i mondi possibili che custodiamo, per ora, in potenza. Abbiamo appena pubblicato il nostro secondo disco, “Nekyia” e stiamo per lanciarci in una serie di date di presentazione, musicale e teatrale, del progetto. Nel frattempo, ci sono tante cose in cantiere: in effetti, stiamo già lavorando ai brani del prossimo disco. La sensazione principale è la voglia fortissima di esplorare tutte le vie d’espressione che abbiamo a disposizione, senza farci ostacolare da limiti di genere. Per tornare alla metafora del fermo immagine, è come se fossimo in un bosco incantato che, di volta in volta, prende il volto di terre vulcaniche, di brughiere nordiche, di scogliere bianche e fiordi protesi sul mare in tempesta, di porti esotici o di giardini barocchi. Vogliamo esplorare queste terre e immergerci in esse, lasciarci cullare dai venti e danzare sotto la luna piena. Insomma, l’intento principale è quello di lasciarci possedere dalle Muse e di dare spazio a tutte le emozioni, i racconti, i rituali che esse hanno in serbo per noi.

Mainstream o underground? 

Assolutamente underground. Ognuno di noi viene da esperienze musicali differenti. I nostri ascolti spaziano dalla musica classica al cantautorato, dalla dark-wave al post-rock, dal grunge al prog sperimentale. Ma, probabilmente, ci andiamo sempre più avvicinando a prospettive new folk: l’obiettivo è quello di creare atmosfere più essenziali e spaziose, di fondere sempre più la parola col suono, così che il suono diventi immagine e flusso emozionale, più che esercizio di stile. Anche dal punto di vista teatrale, ci avviciniamo sempre più a un teatro surrealista. E questo percorso, oltre che d’innovazione, è un ritorno alle origini. Un ritorno, potremmo dire, al concetto di musica e poesia che ha trovato il suo massimo compimento nella tragedia greca: un mondo in cui musica, parola, gesto si fondono per dar vita ad un’esperienza dove la realtà si mescola e si fonde alla rappresentazione. Per noi la musica non è un passatempo né un mestiere, ma un rituale catartico, un’esigenza mistica.

Se la vostra musica fosse una ost di quale film sarebbe? 

Ce ne sarebbero tante: l’intera colonna sonora de Il Signore degli Anelli, per esempio, rappresenta molto i paesaggi che abbiamo nel cuore e nella mente quando suoniamo. Oppure l’Ost di Amélie curato da Yann Tiersen, con la sua atmosfera ipnotica e sognante. Forse il brano che più vorremmo essere è “Love Remembered”, assieme all’intera colonna sonora di Dracula di Bram Stoker: la passione, la fragilità e la bellezza, l’incanto e il turbamento, l’ululato dei lupi e il canto delle sirene. Ma, più in generale, potremmo dire che la nostra musica è, in sé, una colonna sonora. Ed è quella più importante, perché è la colonna sonora della nostra vita.

Musicoterapia

(cosa rappresenta la musica per voi ed il valore che le attribuite)

La musica è il Giardino Selvaggio che ci ha offerto rifugio. La musica è per noi un tempio: la bellezza che salverà il mondo. Ecco perché, in generale, i nostri brani non cantano mai temi politici, sociali, attuali. La nostra musica deve venire dall’anima e parlare all’anima. Ognuno di noi, a modo proprio, è stato salvato dalla musica: la musica ci ha dato forma e senso e ci ha guidati perché potessimo incontrarci e vivere assieme questo sogno. La musica, nel suo immenso potere, ci ha offerto un modo per comunicare, per essere vivi, per diventare pienamente noi stessi. È qualcosa di magico, e auguriamo a tutti l’esperienza di trovare nelle proprie vene quel suono in grado di risvegliare passioni, identità, ricordi, sogni addormentati da qualche parte nella coscienza. Perché per noi la musica è questo: qualcosa di magico, in grado di farci urlare di gioia o di tormento.

Talent o gavetta? 

Assolutamente gavetta. Oltre che utile, è anche gratificante. Insomma, non siamo mai stati fatti per il mainstream. Quello che amiamo è partire stipandoci ad incastro nelle nostre auto, percorrere km e km, salire su palchi nuovi, incontrare nuove persone e confrontarci con esse, portarle nel nostro mondo. Ogni live è un’esperienza diversa, capace di donarci sensazioni diverse. Non ci priveremmo mai di questo percorso. Mettersi alla prova, anche quando il contesto è poco adatto, aiuta a crescere, a riconoscere i propri limiti, a superarli. E poi, soprattutto, crediamo che la musica vada vissuta e non creata a tavolino come uno sciocco prodotto commerciale. In generale, ci teniamo ben lontani dalla musica “che funziona”. Al di sotto dei grandi palchi c’è un sottobosco vario e validissimo che attrae molto di più il nostro interesse. Ma ci teniamo orgogliosamente distanti dalle banali derive pop, dal rock che non ha più nulla da comunicare, dalla musica d’intrattenimento e persino dalle nuove forme che ha assunto la musica indie: attualmente i gruppi si assomigliano tutti, i musicisti si appiattiscono su forme standard per accattivarsi un po’ di pubblico. Noi, francamente, preferiamo soddisfare prima di tutto la nostra esigenza creativa: siamo fuori dal mondo e lo siamo per nostra volontà. Ci piace viaggiare in un mondo antico e colorato, dare voce alla nostra musica così come essa desidera uscire. E per far questo, l’unica strada è restare davvero indipendenti, indipendenti da tutto: dagli indici di ascolto, dall’incremento sconsiderato delle tribute e cover band, dalle etichette, dai plug-in, dagli stereotipi, dalle paure di risultare troppo “pesanti” o troppo “difficili”. Nessun contratto musicale varrebbe quanto il mondo che abbiamo costruito e che continuiamo a vivere e a difendere.

Vinile o spotify: distribuzione e consumo 

Ci piace poter “toccare con mano” la musica, sia la nostra che quella degli altri: prediligiamo i mezzi materiali tradizionali, cd e vinili, ma a volte, per esigenza, ci diamo all’esplorazione del web, soprattutto per scoprire nuove cose. Per i nostri prodotti, abbiamo provato anche ad abilitare una distribuzione online. Ma, trattandosi di album concettuali, preferiamo che il pubblico entri in contatto con il progetto al completo: le immagini e le parole che corredano il booklet di un cd non sono elementi ornamentali, completano il senso custodito dalla musica. Oltretutto, tutti noi siamo, chi più, chi meno, collezionisti. Assemblando le nostre collezioni potremmo dar luogo ad un museo della musica! In particolare, Egon è un malato di collezionismo musicale. La sua stanza è invasa di cd, vinili e strumenti musicali…

Il vostro pubblico 

Come ci piace dire, noi facciamo musica per disparati generi di pubblico: soprattutto anziani, bambini, elfi, dissociati, sociopatici, psicotici, elfi e rane… A parte le battute, escludiamo le persone che intendono la musica come intrattenimento, che ascoltano superficialmente, magari gustando di preferenza una cover band assieme a un panino e a due chiacchiere. Abbiamo scelto, consapevolmente, di darci ad un pubblico di nicchia: un pubblico che sappia partecipare al gioco, immergersi nel nostro sogno e sognare assieme a noi. Di aneddoti ce ne sarebbero tanti. Uno in negativo, risale a qualche anno fa: eravamo in un pub della Napoli bene (Vomero, per intenderci) e un gruppetto di ragazzi, seduti esattamente al di sotto del palco, ridevano e chiacchieravano a voce così alta da renderci difficile concentrarci su quel che stavamo suonando. Così Rita è saltata giù dal palco e ha continuato la performance sedendosi sul loro tavolo: ovviamente sono andati via dopo meno di 30 secondi. Un episodio particolarmente positivo, invece, riguarda la scorsa estate: prendevamo parte ad un festival che si tiene nel paese di Roccagorga, nei pressi di Latina. C’è stata una bambina che si è affezionata così tanto a noi e alle nostre canzoni che qualche mese dopo ci hanno inviato la fotografia di un tema, svolto per la scuola, in cui lei ci descriveva come l’esperienza più entusiasmante della sua estate. In generale ci piacciono i contesti di condivisione, quelli dove si interagisce con altri musicisti o, semplicemente, con un pubblico coinvolto e con poca puzza sotto il naso.

Kamasutra

(come vi piace farlo: le situazioni in cui vi piace suonare ed il rapporto con il palco)

Amiamo particolarmente il clima che si crea durante i festival. Ci piace vivere l’esperienza del live pienamente: viaggiare assieme, dormire assieme, lavorare in sintonia con i tecnici, con le altre band, con il pubblico.

Ci piace, inoltre, il contatto con i centri culturali, con i piccoli locali, quelli che fanno musica senza fini essenzialmente commerciali. Amiamo le atmosfere frizzanti, i palchi a luce bassa, i live estivi all’aperto, le persone che pogano sotto al palco, le persone capaci di chiudere gli occhi e di lasciarsi andare, assieme a noi, al potere del ritmo. Insomma, si sarà capito, evitiamo le location devote alle cover band e alla vendita di panini da accompagnamento live. Ci piace rapportarci a persone, come noi, un po’ matte e pronte a dimenticare, per qualche ora, la vita concreta. Sognare non costa nulla.. e sognare in compagnia è più bello.

Non è vero ma ci credo

(rituali, abitudini e scaramanzie su e giù dal palco)

I rituali sono tanti, ma proprio tanti. Forse, quello più “rispettato” è l’abbraccio che, invariabilmente, ci scambiamo prima di salire sul palco. Ma anche il momento in cui indossiamo i nostri abiti di scena è, a suo modo, un rituale. Ci sono nomi “proibiti” che non pronunciamo mai prima del live per evitare guasti alla strumentazione. Tendiamo a garantirci sempre la presenza di alcolici a pronta presa sul palco. Diamo sempre inizio al live con un “Benvenuti” di rito. Ma crediamo che la cosa più importante sia sentirci squadra, vivere l’esperienza del live come un unico corpo compatto, senza trattenere nulla, dandoci il più possibile: quanto la magia funziona, allora il live è davvero sempre un successo.

Senzi peli sulla lingua

(dateci un motivo valido per cui ascoltare voi e non altri)

Perché la nostra musica non è musica e basta. È un’esperienza “totale” che coinvolge l’anima ed i sensi. La nostra non è una musica che vuol piacere, ma una musica che vuol essere vissuta, sentita, più che compresa. È pulsante, è vivida, è vera ed è aperta a qualunque ispirazione. È aperta alle multiformi vie della vita e non conosce confini. Non è musica studiata, la nostra. È un flusso di immagini e di emozioni. Di fronte ad un panorama fatto di stereotipi, di gabbie formali, di progetti fotocopia, di artisti che si prostituiscono per comparire in tv o vendere più copie, la nostra è un’esperienza libera da ogni compromesso. Può piacere o meno, ma lascia sempre un segno, un messaggio, un marchio in quella parte degli esseri umani che è legata alla terra e al senso primitivo dell’esistenza. Abbiamo scelto di non imitare la vita, ma di crearla e viverla come un sogno. E nel sogno è possibile trovare tutto l’infinito che è negli uomini.