Le dodici fati(di)che di Scè: Intervista agli “UMANA SEDE”

Le fati(di)che di Scè sono dodici domande a bruciapelo poste ad artisti e gruppi emergenti del panorama indipendente italiano per metterne a nudo vizi e virtù.  

Questa è l’intervista realizzata da Salvatore D’Ambrosio e Tiziana Teperino agli “Umana Sede, band di Pomigliano d’Arco (NA) 

 

Che piatto siete? 

La mia autoironia irromperebbe rispondendo : “Nu piatt vacant!” Ma non sarebbe una risposta lodevole, né sincera. È una risposta difficile che potrei sintetizzare così: un piatto caldo e ricco. Ma fatto di ingredienti semplici e grezzi.

La vostra prima volta? 

Credo fosse il 1995, in un pub della provincia. Adrenalina a palla! Eravamo ragazzini spavaldi, suonavamo Tourette’s e la gente ci guardava strano. Non suoniamo insieme da 22 anni. Il gruppo si sciolse alla fine degli anni novanta, ma la nostra è una storia romantica: siamo la stessa band di allora, rimessa in piedi da circa un anno, con la stessa incoscienza ma con un nuovo progetto. Questo sarà il primo live del progetto Umana Sede e dunque sarà la nostra seconda “prima volta” .

Fermo Immagine 

(il momento artistico che state vivendo, qui ed ora)

Siamo molto impegnati a scrivere in questa fase, lavoriamo al nostro primo album ed è un lavoro fantastico. Siamo stati costretti per anni ad immaginarlo ed ora lo stiamo realizzando, quindi ci godiamo ogni goccia di sudore necessaria. Non sappiamo ancora quando sarà pronto, ma siamo gente a cui interessa il percorso non la meta. Hic et nunc.

Mainstream o underground? 

Non ci poniamo obiettivi lontani, come già detto, attualmente pensiamo all’album. Ascoltiamo un po’ di tutto, ed esistono differenze abbastanza profonde tra i membri della band. Tutto ci influenza, ed in generale seguiamo abbastanza l’underground campano che, sempre più spesso, non differisce dal mainstream nazionale per qualità artistiche. In ordine sparso Led Zeppelin, A Toys Orchestra, Nirvana, Marlene Kuntz, Inguine di Daphne, Niccolò Fabi, Sula Ventrebianco, System of a down…La lista è lunga.

Se la vostra musica fosse una OST di quale film sarebbe? 

Dal punto di vista dei contenuti, i nostri testi trattano spesso di esseri umani, delle loro fragilità ed insicurezze. Si parla spesso di metamorfosi, del senso umano di “limite”, con tenerezza o con rabbia. Non so bene perché ma il primo film che mi viene in mente è Manchester by the sea. Credo che il punto di ascolto di un artista per la sua stessa musica sia abbastanza intimo. La magia della musica sta anche nel fatto che essa acquisti significati differenti in base a chi la “assorbe”. Quindi ci piacerebbe sapere quale ost sarebbe la nostra musica per coloro che la ascoltano. Magari fatecelo sapere.

Musicoterapia 

(cosa rappresenta la musica per voi ed il valore che le attribuite)

“La musica salva la vita” ci ripetiamo spesso tra di noi. È qualcosa in cui crediamo fortemente e l’abbiamo sperimentato sulla nostra pelle. Ascoltare musica è sicuramente una terapia, ma anche fare l’autore non è da meno. Non soltanto per comunicare emozioni, che è l’essenza stessa del fare musica, ma anche perché scrivere brani inediti ti costringe a guardarti dentro.

Talent o gavetta? 

Arrivare subito è qualcosa in cui non crediamo. Ci si perde il bello del percorso insieme. “Gavetta è bello!” Bisogna godersela. Ma poi, onestamente, il problema è più grande della semplice dicotomia Talent/gavetta. Bisognerebbe parlare del ruolo dell’arte nella società contemporanea, del fatto che è ormai diventata una merce. E si dovrebbe parlare degli artisti ridotti ormai come gli agricoltori siciliani che buttano al macero le proprie arance. È sempre più difficile campare di musica, quasi utopico in Italia. E questo, per chiudere il cerchio, spiega in parte l’enorme afflusso verso i talent.

Vinile o spotify: distribuzione e consumo 

Sono due filosofie e noi le abbracciamo entrambe. Oggi la musica è liquida e gli strumenti moderni sono un modo formidabile per diffonderla. In passato tutto ciò non era immaginabile, ma questa, secondo noi, è solo la prima parte della fruizione artistica. È la fase della ricerca. Poi dovrebbe esserci una seconda fase, quella dell’approfondimento e del nutrimento. Appropriarsi della musica che abbiamo scoperto sul web ed ascoltarla veramente (leggi Vinile) è il miglior modo per farla sopravvivere, sostenerla e garantirci di trovarne ancora. E qui torniamo al punto di prima.

Il vostro pubblico 

Speriamo di poter rispondere a questa domanda tra un po’ di mesi. Per ora, questo è il primo live degli Umana Sede, quindi non saprei.

Kamasutra 

(come vi piace farlo: le situazioni in cui vi piace suonare ed il rapporto con il palco)

Il sogno di chi dedica parte della sua vita alla musica è quello di condividerla, sperando che diventi, per chi la ascolta, un’emozione, un significato (anche diverso da quello intenzionale). Dunque ci piace l’idea di vedere le persone che vengono coinvolte dalla nostra musica, che cantano una ballad insieme a noi o che muovono teste e culi sotto al palco!

Non è vero ma ci credo 

(rituali, abitudini e scaramanzie su e giù dal palco)

Prima regola del rituale: non parlare mai del rituale.

Senza peli sulla lingua

(un motivo valido per cui ascoltare voi e non altri)

Beh, dai primi feedback avuti direi che siamo una buon mix di esperienze diverse. Dunque se vi interessano sonorità moderne di rock con decise contaminazioni di sound anni ’90, miscelate a testi dal significato mai banale, dovete per forza ascoltarci !

Le dodici fati(di)che di Scè: Intervista agli “UMANA SEDE” ultima modifica: 2017-04-11T15:01:06+02:00 da Salvatore D Ambrosio