Trainspotting 2: Scegliete la vita, di nuovo.

Di Trainspotting ne parlavamo qualche settimana fa come di qualcosa d’attuale ed invece sono passati vent’anni.

Il tempo corre quando ti diverti a meditare vendetta o quando sei ai lavori forzati in prigione.

Questa è la sorte toccata a due dei personaggi di T2. Il tempo non è trascorso solo dietro la macchina da presa di Danny Boyle ma anche davanti ad essa, ad Edimburgo; quella Edimburgo così decadente e fatiscente che, anche solo a guardarla sul grande schermo, ci ha colpiti e segnati come un pugno allo stomaco. È stato forse questo scenario che ci ha spinti ad immaginare e desiderare un seguito? Il parlarne così tanto, alla fine, ci ha regalato un sequel realizzato dall’intero cast originale, con quei personaggi tanto amati ed odiati  che oggi han vent’anni di esperienze in più sulle spalle.

Prima ancora di addentrarci nelle trame e nelle analisi più sordide, sorge una domanda, enorme e luminosa come l’insegna di un supermercato, una domanda le cui risposte dividono i popoli: T2 è da considerarsi un sequel fatto con l’unica intenzione di ricalcare il successo del suo predecessore, o Boyle e i suoi ragazzi avevano ancora qualcosa da dire ma hanno impiegato vent’anni a rendersene conto e a convincersi?

La trama ruota principalmente intorno alle storie e alle situazioni, presenti o passate, accorse ai personaggi – ormai ultra quarantenni – troppo in là con gli anni per aggiornarsi alle moderne forme di ribellione, sempre più incentrate su una soluzione anziché su un’illusione:

Mark torna ad Edimburgo per rivedere i vecchi amici ed il padre ormai vedovo, e racconta di una vita borghese ad Amsterdam, resa possibile solo ed unicamente grazie al suo tradimento, rubando il malloppo frutto della vendita di un carico di eroina a Londra.

Spud è ancora dipendente dall’eroina e per questo è stato allontanato dalla famiglia. Rimasto praticamente solo, tenta il suicidio, sventato però da Mark che lo aiuta a rimettere ordine nella sua vita.

Sick Boy invece ha messo su un giro di escort e vive ricattando i clienti ricchi insieme alla compagna Nikki.

Begbie, in prigione  da vent’anni, riesce ad evadere e anche lui è pronto a rimettersi di nuovo in pista per vendicarsi di Mark.

Le vicende personali dei quattro protagonisti si intrecciano in maniera rocambolesca: incontri e  scontri che ci ricordano  come le persone crescano, gli anni passino, ma sentimenti come rancore o amicizia sfidino i tempi restando vivi.

Se il primo episodio si apre parlando della gioia di essere giovani e delle possibilità che la vita offre a chi sa coglierle (che poi via via vanno sempre più scemando), in Trainspotting 2 questa delusione e questo squallore sono parte integrante della vita dei personaggi da venti anni. Non ci sono né sporcizia né escrementi, né alcun tipo di disgusto visivo; la disperazione in T2 è interiore, psicologica, concettuale e nostalgica e fa più male, perché ormai è radicata nell’animo e non si può più estirpare.

T2 è una dichiarazione d’amore a T1 fatta dal suo stesso creatore. Danny Boyle riesce di nuovo a sorprenderci, sì, perché Trainspotting 2 – in definitva – è un bel film, un film che narra di cose davvero brutte. Ma ci insegna anche che vivere nel passato è solo un amaro anestetico che ingeriamo per sopportare il presente, ci suggerisce di abbandonare la nostalgia, scoprire che forse tutto decadeva con te ed il continuare in un cammino tortuoso è ancor peggio che ricordarlo.

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Giuseppe Caturano