#Fumettidelvenerdì: Wolverine – Arma X

Lo sappiamo tutti com’è nato Wolverine, il mutante artigliato degli X-Men, eroe feroce e… Aspè… No. Non lo sappiamo tutti! Anzi… Lo sanno in pochi!

Per fortuna che, nel lontano 1991, lo straordinario Barry Windsor Smith decise di affrontare l’argomento con quella che, forse, è tra le più intense, drammatiche e fondanti storie dedicate a Logan.

La grandezza di questo fumetto non è tanto nella trama – lineare: Logan, sottoposto a terribili esperimenti, cercherà di fuggire dal laboratorio – quanto nella capacità dell’autore di legare con grandissima forza immagini ad atmosfera. Quello che poi diverrà il supereroe dal nome Wolverine è, nella storia, un uomo non più considerabile tale: stanco, distrutto, drogato, apparentemente senza una coscienza, solo un corpo devastato costantemente da brutali esperimenti. L’immersione del lettore è fortissima: le tavole, i disegni, i dettagli, partecipano alle sofferenze e allo stato confusionale del protagonista. Sfondi astratti, geometrici e geometrizzanti, si alternano a scene plastiche se non ritrattistiche, a volte, e non devono descrivere ma suggerire le sensazioni di obnubilamento di Logan.

Lo stesso vale per la sceneggiatura. Windsor Smith lavora anche ai testi riuscendo, così, a mantenere un controllo totale dell’opera, governando l’intera storia e portandola attraverso la rotta che ha delineato. Difatti, le didascalie sono strutturate per alimentare la tensione emotiva e lo stato di febbricitante confusione di Logan: frammentate, dislocate in maniera non lineare, spesso accavallate, contribuiscono con forza a creare un ritmo oppressivo, angoscioso, di tessuto sonoro ovattato lontano eppure drammaticamente vicino.

Tutto deve confluire per restituire la sensazione di obnubilazione: Logan è perennemente dolorante, sanguinante, drogato, in stasi, torturato, i suoi sensi messi costantemente alla prova, e così il lettore deve sentire il peso di ciò che sta leggendo. Anche nelle (pochissime) scene fuori il laboratorio, dove la sensazione di chiuso oppressivo potrebbe allontanarsi, ciò che Windsor Smith descrive è un gelido paesaggio, scuro, pericoloso e, da lettore, tu percepisci il freddo che sta provando Logan, seminudo lasciato all’addiàccio per misurare, inconsapevole, i suoi poteri.

Il disegno, dunque, ha una straordinaria potenza evocativa ma, da bravo disegnatore della Marvel (pensiamo a Conan, così per dire), il caro Barry non disdegna e non dimentica la forza muscolare supereroica (in questo caso, forse, solo “eroica”) del suo protagonista con scene action dalla grande forza narrativa. E lo fa con la solita eleganza del tratto a cui ci ha abituato: se per il mondo dei comics, il grande John Buscema era definito il “Michelangelo dei comics”, potremmo azzardare a definire Barry Windsor Smith il “Preraffaellita del fumetto” grazie alla leggerezza delle linee, anche quando racconta la brutalità, alle forme ricche e complesse e alle pose che regala ai personaggi che abitano le tavole.

Un fumetto straordinario, dunque, non solo per gli amanti di Wolverine o della Marvel, ma per qualunque lettore di comics capace di apprezzare la raffinatezza e l’eleganza anche laddove il dramma e il dolore fanno da padroni.

Dopotutto Logan non è famoso per essere una personcina pacata.

.

.

Leonardo Cantone