Funny Games di Michael Haneke: L’apparenza inganna

FUNNY GAMES: L’APPARENZA INGANNA

 

L’avvio del film è perturbante, il sipario si spalanca immediatamente per trascinare lo spettatore oltre lo schermo, dentro il film: benvenuti alla perversa messa in scena dello spettacolo dell’orrore; un orrore senza via d’uscita, talmente estremo da poter apparire parodistico e offensivo, sia verso l’ufficiale e condivisa idea di cinema, sia verso lo stesso spettatore, ora spogliato di alcune sue certezze. Tuttavia non è un horror, l’obiettivo non è terrorizzare ma inquietare e destabilizzare lo spettatore; la stessa sadica e perversa violenza che caratterizza il film non è mai inquadrata, palesata, ma è costantemente presente anche se in secondo piano: puoi solo vederne i risultati, sentirne gli effetti e percepirne l’angoscia.

La trama, nella sua apparente semplicità (il termine e il concetto stesso di apparenza è necessariamente ricorrente, in quanto elemento chiave di questo film), nasconde la complessità di questo prodotto: in una villetta sul lago, casa vacanze di un’allegra famiglia della buona borghesia, si presentano due ragazzi vestiti di bianco, dal viso pulito e per bene (che ricordano i “drughi” di Arancia Meccanica); ben presto gli ignari proprietari saranno vittime sacrificali di un sadismo sistemico terribile e “normale”.

Un luogo, cinque protagonisti (cui si potrebbe aggiungere il cane domestico) e nessun particolare intreccio nel plot. Lo spettatore è inerme difronte allo svolgersi apparentemente prevedibile della trama, così serrata nel suo progredire da costringendolo a tenere il fiato sospeso fino alla fine. Finale al quale, nel migliore dei casi, giungerà disorientato e certamente turbato dal male e dalla violenza a cui ha assistito, una violenza fine a se stessa che irrompe nella quieta normalità senza alcun preavviso e, soprattutto, senza nessun valido motivo, se non per mero divertimento.

La stessa normalità, borghese e costruita, sembra contenere al suo interno un grado di caos e di entropia tale da distruggere ogni schema precostituito: la violenza non è caratterizzata come qualcosa che in realtà è fuori; il regista sembra avvisare lo spettatore che la violenza, il caos, fanno parte del “normale” e non hanno bisogno di particolari ragioni per esplodere. Il contrasto iniziale tra le note delicate di una compozione classica, sottofondo del viaggio in macchina verso la casa vacanza e i toni laceranti e disturbanti del brano gore di John Zorn, che irrompe sui titoli di testa, rendono in maniera eloquente la precarietà di una definizione univoca ed edulcorata di “normalità”.

Funny games non è, dunque, un film “normale” e lo si capisce ben presto: le regole narrative cinematografiche sono violate al servizio di uno svolgimento metacinematografico. Nel corso del film si assiste alla demolizione violenta della parete dimensionale che separa la realtà dalla finzione: lo stesso concettto di verità diventa secondario e funzionale al costruirsi del film; il confine tra spettatore e storia raccontata sembra rarefarsi e i personaggi, non più prigionieri dello schermo, possono anche permettersi confronti e vere e proprie scommesse in prima persona con il pubblico (in alcuni momenti Paul si rivolge allo spettatore sogghignando “oltre” il video). Si annullano distanze e filtri e non si può sfuggire al gioco cui, anche tu osservatore, sei costretto a partecipare.

In maniera geniale il regista M. Haneke realizza questo passaggio dimensionale imprimendo una macabra concretezza a questo film, perverso esperimento che difficilmente può lasciare incolumi i suoi iniziati, partecipanti passivi e impotenti ed in qualche modo complici dei due torturatori. Nel corso del film il senso di claustrofobia è quasi soffocante, tanto da indurre anche il più ottimista spettatore a smettere di “sperare” ed a preoccuparsi che possa suonare il campanello della propria casa da un momento all’altro.

Il film sembra trarre ispirazione da un fatto di cronaca degli anni ’20: l’omicidio del quattordicenne Bobby Franks, nel 21 maggio del 1924, da parte di due ricchi studenti dell’università di Chicago, noti come Leopold e Loeb. I due assassini, in seguito condannati all’ergastolo, motivarono l’atroce delitto con il desiderio di commettere il delitto perfetto. Questa storia fece grande scalpore all’epoca e fu d’ispirazione per diverse opere cinematografiche e teatrali (nel 1929 P. Hamilton scrisse Rope, piece teatrale che ispirò Nodo alla gola di Alfred Hitchcock nel 1948, Richard Fleischer diresse Frenesia del delitto nel 1959 mentre Barbet Schroeder  nel 2002 Formula per un delitto). Gli elementi che più colpirono l’opinione pubblica e l’immaginario furono –  oltre l’efferatezza dell’omicidio -proprio lo status sociale dei due assassini e la violenza immotivata che li guidò a compiere questo gesto.

Come nota conclusiva, è necessario ricordare l’esistenza di due Funny Games, o meglio, di un primo del 1997 e di un suo remake nel 2007. Il regista è il medesimo, le differenze tra l’originale e il remake molto poche: l’intenzione del suo creatore, Michael Haneke, fu di rispettare in modo anatomico, con la tecnica del shot-for-shot, ogni singola inquadratura. Si differenzia tuttavia per le performances: infatti, se nel primo film gli attori avevano una notorietà per lo più locale, il remake si serve di un cast più noto al grande pubblico mondiale: Tim Roth, Micheal Pitt e Naomi Watts – quest’ultima, scelta dal regista per la sua magistrale interpretazione nel film di D. Lynch Mulholland drive, si rivela molto appropriata per il suo ruolo. L’obiettivo di “internazionalizzare” il suo prodotto, il disarmante messaggio che il film  originale aveva, è stato raggiunto.

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Stefano Porrazzo