“The Lobster” e l’amore come religiosità ed ateismo religioso

The Lobster è una pellicola uscita nelle sale un paio di anni fa che, vista di recente per la prima volta, ha richiamato alla memoria riflessioni, sempre attuali, che forse non erano il primo intento del regista. Ma le opere d’arte sono proprio questo: nascondono in sé particolari non considerati.

The Lobster è un film “fantascientifico” in senso lato ed è ambientato in una sorta di futuro distopico, in una società nella quale la solitudine non è condizione contemplata. Le persone che non hanno un partner vengono mandate in una sorta di albergo/lager nel quale hanno poco più di un mese per “innamorarsi” di qualcun altro e tornare, poi, al mondo come coppia. Se allo scadere del periodo non si è riusciti a trovare la propria opportuna anima gemella si è condannati letteralmente ad essere trasformati in un animale a propria scelta: da qui il titolo, lobster=aragosta, l’animale designato dal protagonista perché “è fertile, longeva e sguazza nel mare, e a me piace tanto il mare”.

Il protagonista, un minimalista e dimesso Colin Farrell, viene lasciato dalla moglie per un altro uomo e si vede, quindi, costretto a dover trovare una nuova partner, impresa che, purtroppo, non completa. Poco prima di essere trasformato in aragosta, però, riesce a fuggire da quel luogo di costrizione e a ripararsi in una comunità reietta che si nasconde nei boschi. Questa comunità separatista fa della solitudine condizione essenziale di appartenenza e allo stesso modo, se non peggio della società che rinnega, vieta ai suoi membri di trasgredire a questa unica regola, minacciando pene corporali severe e finanche la morte.

Il film risulta essere un’opera particolarmente surrealista non solo per le scelte narrative che ne danno una connotazione quasi sempre al limite del paradossale, ma anche a causa di una regia parca e il meno possibile agitata, che mette a nudo l’assurdità delle vicende mostrate e che è alla ricerca costante del sorriso amaro dello spettatore. Il film ci mostra efferatezze molto esplicite, ma il gusto che ne viene fuori predilige la commedia dell’assurdo più che del thriller splatter e, anche per questo motivo, si può facilmente accostarlo a Il fascino discreto della borghesia di Luis Buñuel.

Curioso, tra le altre cose, è soprattutto il metodo con il quale le persone sono costrette a selezionare un partner: la scelta non avviene attraverso una reale affinità elettiva o magari un semplice interesse reciproco, quanto una banale comunanza di un aspetto fisico o caratteriale, come se la condivisione di un unico banale aspetto comune, fosse indice indiscutibile di funzionalità della coppia.

Riassumendo il tutto: da una parte abbiamo una società dedita ad un unico modo di vivere, senza possibilità di alternativa, dove conta solo il pensiero dominante, la dittatura della maggioranza che diviene totalitarismo, e dall’altra parte abbiamo la giusta ribellione di un gruppo minoritario che non si identifica nell’unico modo di vivere, ma (e c’è un enorme “ma”) lo combatte agendo esattamente come la società che rinnega, lasciando inalterata la coercizione degna del sistema.

Premesso che questa potrebbe essere la parabola di qualsiasi estremismo, sia esso politico, religioso, sociale o gastronomico, è, in particolare, sull’ambito religioso che vale la pena soffermarsi. Il film è l’esatta allegoria del cosiddetto “ateismo religioso”, che si contrappone prima alla religione (qualunque essa sia) e poi alla religiosità, ergendosi come baluardo di una decantata libertà di pensiero e di criticismo positivo, quando, in realtà, è essa stessa religiosità cieca, insofferente e intollerante, dove non c’è voglia di libertà, quanto di sostituire il pensiero dominante con il proprio. Come in ogni contesto dove c’è attrito, gli oppressi non vogliono affatto la libertà dall’oppressore ma sostituire l’oppressore a favore della propria idea oppressiva.

Un criticismo cieco, senza mezze misure dell’idea dominante non fa che convalidare l’assenza di un’alternativa che vorrebbe esserci, ma che non c’è.

Le nuove idee non sono mai antitetiche rispetto alle precedenti, ma sono un processo cumulativo che lentamente le fa modificare ed evolvere verso nuove soluzioni.

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Vincenzo De Matteo