Garden State (La mia vita a Garden State)

Vi siete mai trovati in una situazione tra sonno e veglia, realtà ed incubo, apatia ed allucinazione, con la voglia ed il bisogno di provare qualcosa ma con l’emotività bloccata e non riuscire a farla ripartire?

Ecco come si sente Andrew Largeman, aspirante attore fuggito dal suo Garden State (New Jersey) alla volta della città degli angeli (Los Angeles) in cerca di fortuna. Sorte che però non gli sorriderà, costringendolo a piccole parti in modeste produzioni televisive ed obbligato ad incrementare lo stipendio facendo il cameriere in un ristorante vietnamita.

La prima parte del film fonde realtà ed immaginazione con repentini cambi di scena, presentando il tutto quasi con distacco, come se fosse filtrato da una lastra di ghiaccio o come se la guardassimo dall’interno di una bolla. Andrew fa parte della cosiddetta generazione Y, schiavo degli psicofarmaci impostigli dal padre psichiatra fin da quando aveva nove anni e costretto ad assumere una mole così elevata di medicine che gli hanno donato una percezione distorta della realtà e rendendolo apatico.

Il film inizia ad entrare nel vivo con un turbinio di emozioni che travolge Andrew nel momento del ritorno a casa, dopo nove anni di assenza, per la perdita della madre, dove riemergono vecchie paure e delle nuove vengono a galla.

Il primo passo per risolvere un problema è quello di ammettere di avere un problema, ed Andrew sa di averne più di uno. Esasperato cerca di fare chiarezza nella sua mente, iniziando così ad affrontare tutte le cose che lo tengono bloccato, a cominciare dal rapporto con il padre  fino a riuscire a dare un nuovo scopo alla sua vita, complice anche lo sconvolgimento causato da un nuovo sentimento che non aveva mai provato prima: l’amore. Il suo cuore è destinato a Sam, una strampalata, bugiarda cronica che riuscirà, a volte senza volerlo, ad aiutarlo, perché entrambi spinti da un desiderio irrefrenabile di tornare a vivere.

Garden State, così come altri film che ripercorrono lo stesso filone, può in qualche modo rientrare in quell’elenco di pellicole realizzate per soddisfare il bisogno edonistico di chi le ha realizzate, e che, in maniera intima, diventano dei piccoli cult anche per gli spettatori. Un film generazionale adatto ai ragazzi che vivono il periodo a cavallo tra la fine dell’adolescenza e l’inizio della maturità e che non hanno capito ancora quale sia la propria strada.

“Questa è la vita… non ce n’è un’altra, questa è la vita! … È reale… a volte fa un male del cazzo, però è tutto quello che abbiamo… “

Giuseppe Caturano