Gattaca – La porta dell’universo: Quando l’uomo gioca a fare Dio

QUANDO L’UOMO GIOCA A FARE DIO

 

Cos’è la perfezione e chi è degno di tale attributo? Per quanto possa essere intesa come idea o persona, come realtà o pura astrazione, come divinità trascendente ed eterna o come immanente contingenza destinata ad esaurirsi, la ricerca e l’obiettivo della perfezione ha condizionato l’evoluzione culturale ed artistica della specie umana. Cosa si intende per specie umana? Cosa si intende per perfezione? L’uomo non è certamente meritevole di tale attributo: le sue imperfezioni, la sua caducità e temporaneità; tutte quelle caratteristiche negative di cui è privo il Dio cristiano, cui si è proiettata l’idea di perfezione per antonomasia nella nostra cultura.

Ma se ci fosse un modo per rendere l’uomo un animale con un più alto grado di perfezione? Non è forse nobile tentare di portare l’uomo oltre l’uomo stesso? Ma quale deve essere il limite di questo percorso?

L’eugenetica, disciplina che nasce con questo preciso nome verso la fine dell’ottocento, sebbene si possano trovare sue tracce nella storia più remota, alimenta un ampio dibattito tra scienziati, medici, religiosi e politici: il presupposto alla base dell’eugenetica è la volontà di migliorare e sviluppare le qualità umane, scartando tutte le impurità ed imperfezioni (o almeno quelle che sono ritenute tali) e permettendo la riproduzione solo ai soggetti ritenuti “idonei”. L’eugenetica era l’ideologia guida delle politiche razziali nella Germania nazista che, con la legge per la prevenzione delle nascite e l’eliminazione di coloro che erano ritenuti difformi, voleva depurare la razza ariana da qualsiasi impurità genetica.

Affrontare una questione complessa e delicata come questa non è affatto un compito molto semplice, tuttavia Andrew Niccol, autore neozelandese, ci riesce con raffinata e poetica eleganza con il suo primo lungometraggio del 1997: Gattaca – La porta dell’universo.

Lo fa raccontandoci la storia di Vincent Freeman – interpretato da Ethan Hawke – e di quanto solo il coraggio e la forza di volontà possano fare la differenza tra gli uomini. Ci troviamo in un futuro terrificante (inquietantemente prossimo) nel quale l’eugenetica ha completamente trasformato gli esseri umani dandogli l’illusione della perfezione: gli uomini, infatti, vengono letteralmente creati in vitro e dotati di un corredo genetico perfetto; hanno tutto e soltanto il meglio di ciò che i genitori possono trasmettergli.

Vincent però è diverso, viene concepito in modo naturale. Questo non lo rende immune all’ereditaria debolezza cardiaca del padre e, in quanto portatore di questa imperfezione, è catalogato come non valido, relegato quindi alle cerchie più infime della società; non è come il fratello minore Anthony, al quale i genitori hanno fatto il “dono” di un corpo perfetto. Il sogno di Vincent è quello di essere un astronauta, poter viaggiare nello spazio, nonostante la sua condizione non glielo permetta: tutti i mezzi, allora, diventano leciti per il suo scopo; guarda fisso verso il suo orizzonte, verso il suo obiettivo, «non risparmiando mai le forze per tornare indietro».

Sono tanti i temi e le questioni affrontate in questa pellicola, talvolta carezzati con dolcezza e talvolta urlati con impeto: domina però la riflessione sulla diversità, sull’importanza della differenza e sulla dignità di essere unici e irripetibili così come siamo o, anzi, così come vogliamo essere. La libertà umana, dunque, la volontà di potenza che si contrappone al determinismo sociale, combatte e trionfa contro ogni forma di esclusione e razzismo. Il film mette in scena la ribellione di un uomo che usa tutta la propria forza come unico strumento per emanciparsi da una società meschina, che costruisce gerarchie sociali selezionando gli individui per il loro codice genetico. Una distopia disturbante in cui il razzismo è elevato a sistema, impregnando ogni aspetto della vita sociale, da quello lavorativo a quello affettivo: una distopia, dunque, che ricorda il grigio conformismo e l’asfittica omologazione dei palcoscenici immaginati da Orwell e Huxley.

Un film appassionante e profondo, che si tinge di sfumature noir e thriller senza tuttavia confondere il filo narrativo principale, sostenuto, oltretutto, da un ottimo cast: sebbene Ethan Hawke – Vincent Freeman (un nome non casuale) – sia il protagonista del film, altrettanta profondità emotiva e centralità narrativa sono garantiti da Jude Law – Jerome Eugene Morrow – e da Uma Thurman – Irene Cassini.

Il film fu realizzato negli anni in cui si stava mappando l’intero genoma umano e a poca distanza dalla nascita della pecora Dolly, il primo mammifero nato per clonazione. Senza voler scomodare dibattiti morali, epistemici e scientifici riguardo la possibilità della scienza di interferire in maniera totale nella natura, il film invita a riflettere sul significato della felicità e sulle sue implicazioni spesso imperfette.

Stefano Porrazzo