Sweet Leaf Festival Chapter IX: tanta buona musica ed un pizzico di amaro

In terra sannita, lo Sweet Leaf è un’istituzione per gli amanti dell’heavy metal. Non credo serva puntualizzare da cosa derivi il suo nome; chi non l’abbia capito è pregato di chiudere seduta stante questa pagina internet. Comunque sia, giunto ormai alla nona edizione, il festival è dedicato principalmente ai sottogeneri psych, doom e stoner ed è racchiuso nel circolo dell’underground. Col passare degli anni, però, si è espanso fino a poter ospitare, nell’edizione odierna, un headliner estero: i Sasquatch, provenienti da Los Angeles.

Questo non vuol dire che siano mancate compagini locali: difatti si inizia alle ore 20 all’incirca, con gli Squeamish Factory,  gruppo composto da quattro ragazzi che mischiano hard rock con sonorità psichedeliche.

La band successiva, ovvero gli Slow Nerve  desta in me stupore. Mai mi sarei aspettato di ascoltare, in tal contesto, una voce femminile alle tastiere. Questi ultimi due aspetti poco hanno a che vedere col genere per cui è nato il festival; difatti gli Snow Nerve – non che mi dispiaccia – suonano tutt’altra roba: si tratta di alternative/prog rock con sfumature addirittura pinkfloydiane.

Col finire della loro esibizione, intanto, il sole è tramontato. Iniziano ad arrivare persone pronte ad assistere allo spettacolo dei Chaos Conspiracy. Terzetto composto semplicemente da basso, chitarra e batteria, sono caratterizzati dall’indossare in maniera inquietante una sorta di maschera anti-gas fittizia che ricorda molto Bane ne “Il Ritorno del Cavaliere Oscuro”(si vedano le foto per credere!). Al tempo stesso, anche la loro musica è inquietante: un metal strumentale estremamente tecnico, che sfiora il mathcore. Concludono con un’improvvisazione di non ricordo quale canzone dei Rage Against The Machine.

A questo punto mi chiedo: ma davvero son giunto qui per essere stoned & doomed? Quando ci sarà la prima band stoner/doom al 100%? La risposta mi è data con i Teverts, band capitanata da Phil Liar, principale ideatore ed organizzatore della manifestazione dal suo anno di nascita. Un suono cupo, lento, pesante, distorto; c’è stato da aspettare, ma finalmente ho davanti chi senza alcun ombra di dubbio è cresciuto a pane e Black Sabbath e, per forza di cose, rispecchia in pieno lo spirito del festival.

Terminati i Teverts, il turno successivo è de “L’Ira Del Baccano”. Doppia chitarra, basso, batteria, ed eventualmente un synth: nessuna voce, anche qui solo strumentale. La loro musica è pysch /doom allo stato puro: suoni ed effetti che fanno viaggiare la mente verso universi sconosciuti.

È il giusto trampolino di lancio per i Sasquatch, che iniziano passata la mezzanotte. Attivi dal 2001 e con ben 5 album sulle spalle, i californiani Keith Gibbs (voce e chitarra), Rick Ferrante (batteria) e Jason Casanova (basso) sono chiaramente identificabili come stoner rock/metal ed evidenti seguaci dei Kyuss. Con undici pezzi, per circa un’ora sullo stage, hanno avuto il merito di aver creato un casino non poco indifferente. Assoli fulminei, distorsione e volumi altissimi conditi da bottiglie di Jack Daniel’s e attitudine da redneck.

Per chi volesse approfondirli su spotify, ecco allegata la setlist della serata(comprendente perlopiù brani tratti dal loro ultimo lavoro, Maneuvers, 2017):  Rational Woman / More Than You’ll ever Be / Cracks In The Pavement / Drown All The Evidence / Chemical Lady / The Judge / Just Couldn’t Stand The Weather / Bringing Me Down / Destroyer What Have You Done? A questi si aggiunge “The Message” come “one last song” fuori dalla scaletta, per cui ho dovuto richiederne il titolo direttamente al cantante (che tra l’altro somiglia vagamente ad Eddie Vedder), ma solo dopo averlo salutato con un dovuto “Hey man, great show tonight!”.

Si è fatta l’una e mezza ed il concerto è terminato, è il momento di dare un parere univoco. Avendo partecipato anche all’edizione precedente, il paragone è inevitabile per poter esprimere un giudizio positivo ed uno negativo: il primo concerne il fatto che quest’anno, rispetto al 2016, sia stato scritturato un headliner abbastanza importante per un festival medio-piccolo. Il secondo, e purtroppo anche stavolta mi ritrovo a doverlo sottolineare, è stata la partecipazione limitata da parte del pubblico; un biglietto a 10 euro (7 in prevendita) ha ridotto notevolmente le presenze rispetto alla scorsa edizione circoscritta in due giorni e con entrata gratuita. Una centinaia di partecipanti sono pochi per un evento così. La mentalità deve ancora crescere, bisogna imparare a supportare la scena : in caso contrario, si perde il diritto alla classica e ripetitiva lamentela per cui “non viene organizzato mai nulla di alternativo”. È già un miracolo che, tra i mille problemi denunciati dall’organizzazione e derivanti dal totale disinteresse nel contribuire economicamente da parte dei comuni e delle associazioni, lo Sweet Leaf sia sopravvissuto, andando avanti per 9 anni. Non facciamolo morire proprio alla decima edizione!

 

di Francesco Forgione

Fotografie a cura di Emanuele Grillo – © Copyright 2017 – Tutti i diritti riservati