U2, The Joshua Tree Tour: 30 anni all’ombra dell’albero

Roma, 15 luglio 2017. Ho letto da qualche parte che una volta due turisti sono morti per cercare l’albero “Joshua”. All’Olimpico di Roma, invece, non è stato difficile trovarlo in una serata magnifica. Era enorme, sotto la curva sud. Sono riusciti a trovarlo anche i due novelli sposi che hanno partecipato al concerto dalla Tribuna Tevere, nel giorno del loro matrimonio, con tanto di abito bianco e smoking.

Personalmente non vedevo gli U2 dal vivo dal ’93 (Zoo TV Tour, per me uno dei tour più immensi di sempre), ma ho sempre seguito le loro evoluzioni, pur non approvando sempre le loro scelte dopo Achtung Baby. Intendiamoci, nonostante il calo fisiologico, la band può comunque contare su un repertorio incredibile e rappresenta, nell’ambito della storia del rock, un mirabile esempio di unione che fa la forza (stessa formazione da sempre e non solo: una vera e propria “famiglia”, come dice lo stesso Bono durante il concerto). Questo sentimento di unione (“We’re one, but we’re not the same”) si percepisce da sempre anche al di sotto del palco ed è sempre stato sicuramente un valore aggiunto degli U2.

Sono tornato a vederli per l’albero Joshua, che considero tra i primi 20 album della storia. Il concerto parte con il botto: vengono suonate di seguito, tra l’entusiasmo un po’ troppo caciarone della folla, Sunday bloody sunday, New Year’s day, Bad (con citazione di Heroes) e Pride, anche se l’acustica sembra non essere al top in questa fase. A seguire tutta la magia di The Joshua Tree, introdotto da un lungo discorso di Bono (nel suo consueto ruolo di “predicatore” ci ha regalato parecchi discorsi), il quale ci ha invitato a non rinunciare mai alla giustizia, alla pace ed alla compassione. Esecuzione esemplare, magnifica.

Tutto il disco suonato nell’esatta sequenza e addirittura Bono che annuncia il “b side” dello stesso, come a volerci riportare indietro, quando eri costretto a girare il vinile sul piatto. Magistrale l’inizio con una esecuzione tiratissima di Where the streets have no name, annunciata dal rosso porpora dell’albero di Joshua a richiamare il tour dell’87. Magnifico The Edge in “Bullet the blue sky” (forse la migliore esecuzione in assoluto della serata) e bellissima anche Exit, che forse avrebbe meritato lo stesso entusiasmo delle pompatissime (dal pubblico) “It’s a beautiful day” e “Vertigo”. Gli applausi scroscianti alla fine di Mother of the Disappeared segnalano la fine del concerto e di una esecuzione che rende davvero onore al disco più amato degli U2Forse non il più bello in assoluto, sicuramente il più completo e “maturo”.

Nei bis si parte con Miss Sarajevo, con annesso omaggio a Luciano Pavarotti, e vengono rispolverati alcuni episodi più recenti come le trascurabili e già citate Vertigo e It’s a beatiful day; si continua con una energica Elevation ed una versione femminista di Ultraviolet, con un omaggio a tutte le donne che hanno fatto la storia (introdotta non a caso con il gioco di parole HIStory/HERstory).

Chiude il concerto la inevitabile preghiera laica “One”, sempre sentitissima dal gruppo e dal pubblico (che illumina con le torce dei cellulari tutto l’Olimpico), ma l’energia lasciata da Joshua Tree è insuperabile. Interessante l’idea di fare una scaletta così nettamente spaccata a cavallo del 1991 (la prima parte con pezzi ante The Actung Baby e la seconda tutta da quest’album in poi), ma ,come dicevamo, il repertorio è talmente vasto e tutto sommato di qualità che come si pesca si va sempre bene.

Chissà quante nuove generazioni continueranno a cercare The Joshua Tree.

 

di Ignazio Grazioso e Cristina Sirignano