“C’è chi si lamenta della pioggia” di Domenico Carrara

La prima volta che mi sono imbattuta in Domenico Carrara è accaduto nel mondo virtuale dei social.

Non sono il tipo che va a scandagliare la scheda informazioniper carpirne età e interessi, ma dalluso attento che faceva delle parole attraverso i post, mi ero immaginata un anziano signore, magari un professore di lettere in pensione.

Potete immaginare la sorpresa quando dal vivo ho stretto la mano di questo giovane autore campano (classe 87).

Raccontare il contenuto di questopera mi mette un poin difficoltà perciò mi farò aiutare dallautore stesso, con lintervista che segue:

  • Come nasce la tua opera?

L’opera nasce da una serie di interviste e di riflessioni , inizialmente raccolte per un blog, Le altre vite. L’idea di farne un libro è arrivata dopo.

  • Potresti spiegare brevemente la trama?

La trama si sviluppa nell’ultimo anno che ho vissuto a Napoli, da lì prende il via l’andirivieni fra città e provincia, contornato dagli stralci di testimonianze raccolte che mi hanno più colpito.

  • Ti sei mai lamentato della pioggia?

Certo, spessissimo. L’ho odiata tante volte. Poi un’amica me ne ha fatto innamorare.

  • Chi è Domenico Carrara? Presentati

Ne sono onorato, di certo tra i vari spunti di riflessione uno di quelli che mi ha lasciato il segno è nell’intervista a Giovanni, musicista di strada, quando gli ho chiesto “possiamo restare umani?” e lui ha risposto “dobbiamo prima diventarlo”.

  • Ho letto molti libri, ma di sicuro il tuo è quello che ho sottolineato di più. Ho trovato in queste pagine diversi spunti di riflessione e un imprecisato numero di “messaggi forti”. C’è un messaggio in particolare che vorresti arrivasse al lettore? Se sì, qual è?

Uno che prova a diventare umano, a volte riuscendo ed altre meno.

Vi consiglio di leggere C’è chi si lamenta della pioggiaper sostenere e conoscere il talentuoso Domenico Carrara.

Entriamo tra queste pagine leggendo insieme un estratto:

In un mondo continuamente collegato è dura ritagliarsi spazi concreti. Così ho pensato che registrare delle testimonianze – coinvolgendo persone a me vicine e altre incontrate per caso – fosse una maniera di pronunciare il temporale. Che non vuol dire tracciare percorsi, dare una ricetta. Significa osservare. Per resistere, sentirsi veri.

È un punto di vista intrecciato ad altri. Invaso, incompleto, mobile, incerto. Un ombrello aperto che non ripara.

Questi pensieri, affilati e filiformi, sono pioggia.

Il resto lo lascio scoprire a voi.

 

di Maura Messina