Loving Vincent: l’arte che imita l’arte [Recensione film]

“Loving Vincent”

L’arte che imita l’arte

Loving Vincent: è così che concludeva le sue innumerevoli lettere al fratello Theo Vincent Van Gogh. Un rapporto indissolubile e simbiotico tra i due al punto che la morte del secondo portò quasi consecutivamente la morte del primo. E Loving Vincent è il titolo del film che fa leva sull’ambiguità della frase, che implica l’amore sia verso Vincent (artista e uomo) sia verso se stesso per quello che faceva e ritraeva.

Loving Vincent è un’audace produzione britannico-polacca cominciata tramite una raccolta fondi su kickstarter . L’audacia del film è stata quella di utilizzare il rotoscoping, una tecnica consistente nel disegnare ogni singolo fotogramma ricalcando una ripresa filmata in precedenza. La tecnica, già di per sé dispendiosa in termini di tempo e maestranze, in questo caso complica ancor di più i lavori poiché ogni singolo fotogramma è “letteralmente” un dipinto su tela perfezionato poi al computer. Particolarità ancor più caratterizzante è che ogni fotogramma, e quindi ogni dipinto, è una rielaborazione, un prolungamento ideale dello stile pittorico dello stesso Vincent Van Gogh.

La storia di questo biopic atipico inizia poco dopo la morte di Vincent, protagonista in absentia di tutto il film , mentre motore trainante dell’azione è un giovane Armand Roulin che, incaricato di consegnare una lettera, si troverà poi ad investigare sul percorso (a tratti inesorabile) che ha portato alla morte per suicidio del grande pittore.

La narrazione e tutta l’indagine che ne segue sembrano essere un pretesto per mettere in mostra i quadri e la pittura dell’artista olandese, eppure tutto ciò non è necessariamente un male. In una delle sue lettere al fratello Theo, Vincent scriveva: “Non possiamo che parlare con i nostri dipinti” e questo è ciò che il film vuole fare, lasciare che sia la pittura dell’artista a parlare per raccontarne il mondo interiore, raccontarne l’animo tormentato e solo.

Sin dai titoli di testa veniamo fagocitati da questo tumultuoso vortice pittorico che, in linea con lo stile di Vincent, è agitato, greve, soffocante eppure dinamico e vivace. È un mondo fatto di contrasti, di linee nette e paesaggi accennati, di colori sgargianti e di oscurità sempre incombenti, tutto così fascinoso e poetico come se la vita potesse essere davvero tutta solo un dipinto ad olio.

Ogni singola pennellata è evidente ed esposta come una medaglia al valore, ogni pennellata è un pugno nello stomaco che ci restituisce un senso d’inquietudine perenne. Ma poi, scomparso lo stupore e abituato lo sguardo alla convenzione delle immagini, ci si addentra nella storia vera e propria e in quel mondo che aveva dentro al cuore Van Gogh.

Loving Vincent potrebbe essere racchiuso in un’unica, singola parola: solitudine.

La solitudine in cui riversava suo malgrado Vincent Van Gogh, un uomo denigrato e deriso, incompreso e incompiuto, definito pazzo e allontanato quasi da tutti eppure forse solo profondamente solo.

Ed è proprio questo a cui arriva lo spettatore quando, attraverso il viaggio del protagonista ed in base alle notizie che egli raccoglie, intraprende il percorso di conoscenza dell’uomo che c’è dietro l’artista eccentrico e burbero, dietro a una fin troppa romanzata pazzia per giungere alla conclusione che, forse, e dico forse, a volte basterebbe porgere l’orecchio alle parole e ai pensieri dell’altro.

Scriveva in una delle sue lettere: “Uno potrebbe avere un cuore in fiamme nella propria anima e nessuno che ci si sieda accanto per scaldarsi. I passanti vedono solo una traccia di fumo e continuano per la loro strada.”

La storia non ha una vera e propria conclusione chiarificatrice, ma Armand, il protagonista, che all’inizio del suo viaggio mal considerava Vincent e che in seguito ha compreso il privilegio provato da chi ha potuto conoscere l’artista olandese, ha portato alla conclusione il suo percorso di crescita interiore e, in qualche modo, ha trovato il suo posto nel mondo, quello che così disperatamente cercava Vincent in vita.

Cosa sono io agli occhi della gran parte della gente? Una nullità, un uomo eccentrico o sgradevole – qualcuno che non ha posizione sociale né potrà averne mai una; in breve, l’infimo degli infimi. Ebbene, anche se ciò fosse vero, vorrei sempre che le mie opere mostrassero cosa c’è nel cuore di questo eccentrico, di questo nessuno.”

di Vincenzo De Matteo