American Jesus: il ritorno del figlio di Dio

American Jesus

American Jesus: il ritorno del figlio di Dio

Che Mark Millar sia uno sceneggiatore che sappia giocare con il mezzo fumetto, con i suoi lettori, e con i contenuti, lo sappiamo bene. L’affondo palese, e non semplicemente velato, in tematiche più “delicate”, non lo avevamo ancora verificato.

Certo, il titolo è American Jesus, in copertina campeggia l’ombra di un Cristo Crocifisso che viene proiettata da un bambino, e basta sfogliarlo per rendersi conto che sono diverse le motivazioni per cui, potenzialmente, potrebbe essere un fumetto blasfemo.

Nulla di tutto ciò. L’ironia è una cosa, la derisione è un’altra.

Jodie Christianson è un bambino di 12 anni, uguale a tanti semi adolescenti di quella età, non ha nulla di speciale. Certo, l’assonanza del nome con quello più illustro è palese, ma Jodie è il tipico bambino occidentale che passa le sue giornate tra casa, amici e scuola. Tutto nella norma, finché un autoarticolato non precipita da un ponte finendogli addosso. Lui ne esce completamente illeso. La prima cosa che un bambino penserebbe è di essere diventato un supereroe.

No. Jodie è la reincarnazione di Gesù Cristo.

American Jesus

La grande capacità narrativa di Millar si attesta sulla volontà di voler far aderire, ad un contesto realistico, tangibile e quotidiano, gli elementi sovrannaturali e fantastici. Con questo fumetto, lo sceneggiatore scozzese, sceglie di prendere il Nuovo Testamento come base narrativa-evenemenziale per poter “rispondere” ad una domanda, che chiunque, anche nella dimensione più privata della fede personale, si è posto: cosa succederebbe se il figlio di Dio tornasse sulla terra?

La risposta di Millar è drammatica, ironica, e “credibile”. Mette sul piatto una serie di riflessioni sulla natura del divino, sul concetto di responsabilità, il rapporto con il peccato e una critica alla mercificazione religiosa.

American Jesus

Per i disegni, lo sceneggiatore, si affida a Peter Gross che, coadiuvato ai colori da Jeanne McGee, costruisce un impianto grafico capace di grande sintesi che si adatta sia ai momenti ironici che a quelli più drammatici. L’atmosfera da “stand by me” vive grazie alla colorazione ad acquerello, capace di patinare l’intera narrazione suggerendo un racconto dal forte sapore emotivo-sentimentale.

Millar, nonostante il tema trattato e la graffiante sceneggiatura, riesce a non essere mai offensivo, men che meno blasfemo, dimostrando la capacità di spaziare tra contenuti anche di difficile trattazione, lavorando, ancora una volta, sulla possibilità di “toccare” con mano ciò che noi crediamo.

.

.

Leonardo Cantone