Capitan America – Bianco: l’ultimo capitolo della tetralogia “colore” Marvel

Capitan America

Capitan America – Bianco: l’ultimo capitolo della tetralogia “colore” Marvel

Jeph Loeb e Tim Sale sono due straordinari autori del fumetto americano. Presi singolarmente, il primo ai testi e il secondo ai disegni, sono grandi narratori, ma in coppia hanno creato degli straordinari capolavori per le due case editrici americane più importanti: Dc Comics e Marvel.

Per la DC hanno realizzato una “trilogia” dedicata a Batman, composta da Il Cavaliere Maledetto (tre storie che tengono in forma embrionale elementi che i due autori che avrebbero sviluppato in seguito), il magnifico Il Lungo Halloween e il diretto seguito Vittoria Oscura, a cui hanno aggiunto (come una sorta di spin-off) Catwoman: Vacanze Romane, meraviglioso omaggio alla nostra penisola.

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Non importano le icone con cui i due autori giocano, il risultato è sempre una straordinaria narrazione e, difatti, ci riprovano passando alla concorrente Marvel, con la “tetralogia” del colore: Marvel Colors.

Se con la Distinta Concorrenza, il dinamico duo si era concentrato sulle atmosfere plumbee e dolorosamente noir del Cavaliere Oscuro, per i supereroi con superproblemi, hanno deciso di abbinare un colore che potesse abbinarsi ad un personaggio.

Se il primo fantastico incontro sulle testate Marvel per Loeb e Sale è stato su due personaggi relativamente “giovani” nella miniserie Wolverine/Gambit – Vittime, per la loro saga a colori si sono misurati con personaggi ben depositati nell’immaginario collettivo fumettistico: per Spiderman il colore scelto è stato il blu della tristezza, per Daredevil il giallo della codardia, per Hulk il grigio, colore per eccellenza dell’ambiguità. Con un iniziale numero 0, per Capitan America è stato scelto il bianco della purezza.

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La purezza di Capitan America

La purezza è quella dell’animo di Capitan America, eroe “senza macchia e senza paura”, qui costretto a scendere a patti con uno dei suoi più grandi fallimenti: la morte della sua spalla Bucky.

Nell’antica Grecia, l’epitaffio non era solo un’iscrizione funeraria, ma anche una vera e propria composizione poetica. Ed è da questa idea che parte la narrazione: Cap “parla” a Bucky, ormai defunto, raccontando così non solo la nascita della sua “spalla” ma anche ricordando il loro rapporto.

Il risultato è doloroso rimpianto raccontato per immagini con la consueta – per Loeb e Sale – narrazione stile “noir” con la predominante, frammentata e secca “voce fuori campo”. L’epitaffio all’amico defunto “vive” della spada di Damocle della morte di Bucky: tutta la storia è una drammatica attesa di quell’evento, continuamente rimarcato e mai esibito, che ricorda costantemente la caducità dei soldati durante la guerra.

La storia, difatti, si svolge interamente durante la Seconda Guerra Mondiale, nel periodo (anche editoriale) in cui il supersoldato a stelle strisce fa la sua comparsa. La volontà palese degli autori è quella di recuperare quelle atmosfere dallo stucchevole patriottismo bellico, unendolo ad una profonda introspezione del personaggio.

L’impianto grafico è, forse, più articolato degli altri capitoli della tetralogia: difatti, Sale crea una netta separazione tra il presente (Cap. “scongelato” dagli Avengers) e il passato (la Seconda Guerra Mondiale), alternando la tavolozza cromatica “canonica” dell’autore, con tonalità realizzate a pastello, con colori più spenti, quasi “antichizzati”.

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Forse non è il migliore dei Colors, ma è degno dei suoi predecessori, allineandosi negli intenti narrativi, contenutistici e grafici con il resto della produzione Marvel dei due autori.

Dopo aver incluso in numero 0 nella lussuosa edizione Marvel Colors, la Panini Comics, ha raccolto il prosieguo della miniserie nell’ottimo cartonato soft-touch arricchito dalle cover originali.

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Leonardo Cantone