Carlo Loforti – Malùra

Carlo Loforti
Malùra

 

Malùra” è il titolo dell’ultimo romanzo di Carlo Loforti – edito da Baldini & Castoldi editore – ed è disponibile nelle librerie dall’inizio di questo mese. Vi racconto, passo per passo, il primo approccio a questo libro: dallo scaffale alla riflessione personale.

Prendendo in mano il romanzo, lo sguardo, il primo, è come sempre attirato dalla copertina: una fotografia di Pietro Motisi, in cui compaiono due sedie vuote su un marciapiede accanto all’entrata di un’abitazione, una porta di legno di colore verde, rovinata e pittoresca, come l’immaginario che ci riporta alla mente: quello di un paese di provincia del sud Italia, inondato di sole e di noia, che i nostri anziani riempiono seduti su quelle stesse seggiole, parlando, ogni giorno, di chi passa e di chi è già andato via.

Una volta conquistata l’attenzione, la seconda occhiata va al titolo: Malùra. Per chi, come me, ha origini del sud ma una conoscenza non approfondita dei dialetti – o per chi proprio non ne ha – è una bella sfida. L’autore, quindi, ha ben pensato di risolvere l’enigma nelle prime pagine a sua disposizione, spiegando in epigrafe il significato di questo sostantivo, così significativo da essere scelto per rappresentare in una parola l’intero romanzo.

Si legge: Malùra, nel dialetto siciliano, indica uno stato fisico ed emotivo di crisi profonda, in cui la stessa sopravvivenza dell’individuo è messa in discussione.

Che vuol dire tutto, e non vuol dire niente. Nel senso che possiamo tutti immaginare un crollo del corpo o dello spirito che potrebbe portare alla malùra, e la immaginiamo ognuno a modo proprio, a nostra discrezione, per cui ci prepariamo al peggio mentre non sappiamo cosa aspettarci dalla prima pagina del racconto.

Bene, anzi benissimo, l’attesa incuriosisce e fa girare rapidamente le pagine per arrivare a capire chi o cosa indosserà questo peso.

Ma bisogna fermarsi un momento prima, alla seconda epigrafe, che è una citazione di Bob Dylan, precisamente da Love minus zero / No limit – che, se non vi è mai capitato di ascoltare, vi consiglio in versione rigorosamente live – per la quale dico solo chapeau a Loforti.

Proseguiamo, alla volta del romanzo, che si apre con la cifra stilistica che lo caratterizzerà per tutta la sua estensione: l’onestà di pensiero che si accompagna ad un cinismo apertamente nemico del politically correct. Il protagonista, Mimmo Calò, parla con la voce che si presenta almeno una volta al giorno nella testa di ciascuno di noi, e che, finché possibile, respingiamo indietro da dove è venuta. Per questo motivo è innegabile che Calò susciti subito simpatia, che si voglia scoprire fino a dove si spingeranno la sua storia e soprattutto i suoi commenti al riguardo.

E, attraverso questi, Carlo Loforti ci racconta molto altro: il carcere, la difficoltà di reintegrarsi nella società, la criminalità organizzata, ma anche la complessità di essere marito e amante, amico, genitore e figlio.

Ogni aspetto e ogni luogo di questa vicenda raccontano l’uomo, sì, ma nel dettaglio l’uomo del sud, di questa regione che è avvolta, ora lo capiamo, nella malùra.

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Francesca Tummolillo