Marco Baliani – Ogni volta che si racconta una storia

Marco Baliani

Ogni volta che si racconta una storia

La voce umana è custode della memoria, una memoria narrativa, che ricorda attraverso l’immaginazione e che proprio per questo può sempre incessantemente reinventare il mondo narrandolo da capo.”

Marco Baliani, attore e regista, è tra i principali interpreti del “teatro di narrazione” in Italia. A partire dallo spettacolo Kohlhaas (1989) si è cimentato in una tipologia di spettacolo che avesse al centro non un copione drammatizzato bensì un racconto orale. In questo volume l’autore/regista ci introduce nella bottega dell’attore mostrandoci i trucchi del mestiere, le tecniche mimiche che sanciscono il connubio tra voce e corpo, gli unici strumenti di cui si avvale per rievocare allo spettatore interi universi di dame e cavalieri, come nell’ultimo spettacolo “Giocando con Orlando”, tratto dal poema di Ariosto, realizzato in collaborazione con Stefano Accorsi.

Proprio nei cantari degli antichi giullari si trova la genesi del teatro di Baliani, “raccontatore di storie” come ama definirsi.

Per narrare storie occorre innanzitutto allenare l’orecchio, imparando ad ascoltare e rubare frasi, sussurri e aneddoti in cui ci imbattiamo ogni giorno. A cominciare dalle fiabe, per Baliani, testi primigeni e fondamentali, che vanno reinterpreti alla luce di sensibilità, sonorità e persino gestualità moderne.

Ed è proprio il corpo il principale attrezzo dell’attore/narratore che con pochi cenni riesce a ingrandirsi come un gigante o mettere radici come un albero secolare. In questo modo è possibile evocare allo spettatore altri sensi come l’olfatto o il tatto, e perfino sentimenti quali la nostalgia e il desiderio. L’artista deve attingere alle proprie esperienze personali rievocandole in sé per meglio figurare allo spettatore le scene narrate.

Secondo elemento è la voce, capace di una vera e propria parola creatrice che consente all’artista di fondersi del tutto con l’oggetto della sua narrazione, raggiungendone l’essenza. La voce non è fatta soltanto di parole ma anche di elementi organici come la salivazione, deglutizioni, respiri, che conferiscono ritmo alla narrazione, consentendo all’attore di “trasformarsi” in personaggi ben lontani dalla sua fisicità, come la Lolita di Nabokov, senza mai scadere nel macchiettismo. Fondamentale in tal senso è l’inizio della storia narrata che conferisce, in un corrispettivo di un attacco musicale, tonalità alla storia, trasportando lo spettatore in un “tempo altro” diverso dal flusso della quotidianità, soprattutto quella dei giovani ormai disabituati all’ascolto, e con una soglia di attenzione sempre più bassa.

Il reiterare di tecniche e stratagemmi istrionici non deve, però, secondo Baliani, far venir meno lo stupore del narratore di fronte all’oggetto della narrazione, quel grado di oscurità che si cela dietro ogni storia e che stimola l’immaginazione in chi la racconta e in chi l’ascolta.

Nel testo si strizza l’occhio a Barthes, delineando il filo che lega attore/spettatore e quello di due amanti, sulla falsariga dei Frammenti di un discorso amoroso. Forte è il riferimento alla pedagogia: infatti, l’origine del teatro di Baliani sta proprio nelle storie che suo zio gli raccontava da bambino, cresciuto nelle campagne intorno al Toce e al Lago Maggiore. In questi racconti, il piccolo Marco ha imparato l’arte della digressione e delle variazioni, fondamentali nel suo teatro fatto di spettacoli, che pur rispondendo a un canovaccio prestabilito, differiscono ad ogni rappresentazione. La maggior parte dei narratori orali, spiega Baliani, appartiene ad aree circoscritte, identiche o limitrofe a quelle degli ascoltatori; è per questo, ad esempio, che durante i suoi laboratori teatrali realizzati per Amref con bambini africani ha dovuto adattare il Pinocchio collodiano alle atmosfere e le sensibilità del folklore locale.

Il rapporto tra letteratura e teatro nei suoi lavori è molto stretto: Baliani ci illustra come nella scelta degli autori da cui trarre spettacoli, ci sia sempre la vicinanza di questi ultimi alla parola parlata, una cifra di oralità. Questa, infatti, è all’origine della lettura stessa che soltanto negli ultimi secoli è divenuta silenziosa; basti pensare al ruolo del racconto orale negli insegnamenti socratici che, una volta trascritti, perderebbero la loro caratteristica dialogica.

Il lavoro del racconta-storie, per Baliani, è simile a quello di un seduttore che, etimologicamente, porta con sé l’ascoltatore su una nuova strada. Caratteristica, l’eloquenza, anche dei grandi personaggi della storia dell’umanità, dalle parabole di Gesù a i comizi di Hitler, il quale si avvalse dell’insegnamento di un attore dell’avanspettacolo per guarire da un danno alle corde vocali dovuto a un’intossicazione da gas contratta nella Prima Guerra Mondiale.

Baliani, poi, ci mostra come nascono i suoi spettacoli, spesso a partire da disegni e bozzetti degli elementi principali della narrazione. In questo libro troviamo anche una serie di esempi ed esercizi fondamentali per attori e autori che vogliano fare della narrazione la propria modalità di espressione, ma anche per chiunque senta l’esigenza di approfondire le proprie capacità di attenzione e comunicazione. Così Baliani ci esorta a soffermarci sui paesaggi, anche quelli meno aulici, fissandone i particolari e descrivendoli a voce in maniera accurata, per poi porre attenzione ai suoni, agli odori e persino alle sensazioni tattili che l’orizzonte ci offre. Una volta attivata questa capacità percettiva, bisogna farne tesoro, riportando alla memoria quei singoli particolari ed eventi minimi della giornata degni di attenzione, che Baliani, con termine kingiano, denomina “luccicanze”. Altro esempio, stavolta di straniamento, è l’esercizio di autodescrizione: rendicontare minuziosamente cosa sta facendo il proprio corpo mentre agisce, cammina, sorride, si toglie le scarpe…

Ma “Ogni volta che si racconta una storia” non è un mero prontuario per attori, registi e scrittori, bensì una vera e propria riflessione sui meccanismi della comunicazione e su come essi stiano mutando, assottigliandosi sempre più in un mondo solipsistico e ipertecnologico, il cui riscatto è ancora una volta affidato all’oralità e all’immaginazione.

Infine, ultima chicca, il tutto è corredato da una serie di contenuti video accessibili on-line tramite un qr code stampato nel colofone, che rende questo libro un vero e proprio ipertesto mescolando modernità e tradizione.

Giancarlo Marino