Nico, 1988: la vita oltre l’icona

Nico, 1988

la vita oltre l’icona

Miglior Film nella sezione Orizzonti della 74° Mostra del cinema di Venezia, Nico, 1988, film (piacevolmente) anomalo per il panorama italiano, si concentra sugli ultimi anni di vita di Christa Paffgen – in arte Nico. Volto iconico della New York in piena rivoluzione pop, nel fermento underground del Greenwich Village, Nico è stata la musa di una delle band più importanti dell’epoca, i Velvet Underground, partecipando a uno dei dischi più celebri della storia del rock (quello, per intenderci, con la banana di Andy Warhol in copertina).

Molti anni dopo però, dove il film si situa, di quel passato resta un vago ricordo che viene reso attraverso immagini di repertorio di Jonas Mekas, pietra miliare del cinema sperimentale americano di quel periodo, famoso per i suoi “diari” in cui racchiudeva un’epoca intera (scorrono tra le sue immagini Warhol, la vera Nico e tutte le celebrità decadenti della New York di allora). Verso la fine degli anni ’80, dunque, di quel passato non resta che qualche ombra.

Nico è una donna vicina ai cinquant’anni, stanca di restare imprigionata nella sua icona. A margine dei concerti, in privato, confessa alle persone che incontra di non avere molto interesse per la musica in fondo: “Non voglio piacere a tutti”, dice, ribadendo di voler essere selettiva col suo pubblico. In bilico tra i ricordi dell’immediato dopoguerra, a Berlino, e un presente di continue tournée nei luoghi più desolanti del vecchio continente, le manca suo figlio, che non ha mai cresciuto, e che adesso è adolescente. Un figlio avuto da una relazione di una notte con Alain Delon, e mai riconosciuto dalla star, e cresciuto dai nonni paterni.

Nico

Solo sul palco, Christa può finalmente lasciarsi andare: una voce abbandonata, grave, che attraversa una grigia Manchester, la provincia romana, fino alle capitali dell’est, nel blocco orientale alla fine della guerra fredda. Un mondo di tensioni e polizia segreta. Quasi un road movie, senza una meta precisa. Ognuno si regge a galla in modo precario, resiste in un modo o nell’altro. Dal finestrino dell’auto scorrono paesaggi e città, passato e presente. Il film si sviluppa in una lunga tournée di concerti, incontri e momenti di condivisione. Una trama vera e propria non c’è: tutto scorre con un tono dimesso e malinconico, in netto contrasto con i concerti pieni di una vitalità graffiante; un ultimo restare attaccati alla vita. Dell’immagine stereotipata, la ragazza icona dei Velvet Underground, adesso resta una donna al bivio. “Non ero felice quando ero bella” dice Nico, che ora, almeno, è una donna libera.

La regia di Susanna Nicchiarelli si adatta così allo scorrere delle esistenze dei suoi personaggi. Mai retorica, ancorata a una messa in scena che non va sopra le righe. Il formato quadrato – il 4:3 – sembra essere una cornice non casuale per i volti di questi sopravvissuti; ognuno chiuso nel proprio spazio vitale. Trine Dyrholm, volto affermato del cinema danese (ha lavorato con Lars Von Trier e Thomas Vinterberg), aderisce bene al suo personaggio; una voce dal canto distorto, uno sguardo stanco, ma ancora vivo, che si abbandona a piccoli momenti di grazia, parlando di Wordsworth e del suo elogio della vecchiaia, o raccogliendo suoni dei luoghi attraversati.

Il suo desiderio è quello di diventare “una vecchia donna elegante”. Morirà invece di lì a poco per un attacco cardiaco, congedandosi per sempre dagli ultimi fantasmi.

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Federico Francioni

 

 

Nico, 1988: la vita oltre l’icona ultima modifica: 2017-11-20T17:31:14+00:00 da Redazione