“ThisIsNotAmerica” di Nicola Masuottolo in mostra al Riot di Napoli

Nicola Masuottolo al Riot a Napoli.

Sguardi sospesi tra codici incomprensibili e luoghi più che reali.

Nicola Masuottolo

Al Riot di Napoli, fino al 13 novembre, è possibile assistere gratuitamente alla mostra, a cura di Nicola Masuottolo, dal titolo “ThisIsNotAmerica”. L’evento rientra nel cartellone della Riot Exhibit, la rassegna pensata per poter conoscere e condividere le idee e le visioni proposte degli artisti del territorio campano.

Ne abbiamo parlato con Nicola e ne è nata l’intervista che segue:

 

– Ottima location il Riot, sembra essere nato per ospitare le tue opere e viceversa. Com’è nata questa collaborazione?

Per caso, un amico che lo frequenta e che conosce i miei lavori mi chiese se ero interessato ad esporre in questo locale, anche perché secondo lui i miei lavori ci stavano bene. Mi passò il numero di Gianpiero Iodice, uno dei proprietari. A settembre ci siamo incontrati e decidemmo di fare qualcosa, anche a breve. Avevo la serie di ThisIsNot America del 2014 e gliela proposi, decidemmo così la mostra per il 3 novembre.

Ci hai abituati a vederti lavorare soprattutto con i volti, questa volta invece i protagonisti sono i luoghi, cosa hai voluto comunicare?

Le opere in mostra fanno parte di una serie di lavori del 2014. La tecnica è quella di sempre: olio, spray, stencil, carboncino, ma questa volta sono cambiati i soggetti, ai volti  ho preferito i luoghi, quelli di quando ho iniziato a dipingere i Campi Flegrei con lentusiasmo e lestasi di un indigeno, ma anche con una punta di nostalgia del tempo.

Nicola Masuottolo

Poi le cose cambiano, si cresce, “i luoghi cambiano”, talvolta in meglio, talvolta in peggio e la propria percezione dei luoghi cambia, lamore per i luoghi muta, e questi lavori, che trovano la loro origine sempre nel sociale – nella realtà attuale così contraddittoria nei suoi aspetti e nella quale limpatto emozionale è quello che più conta -, vogliono essere non solo una critica al processo di globalizzazione che ci investe impotenti, dove luoghi che sono qui in Italia, nei Campi Flegrei, sembrano essere gli States o Londra, ma anche il risultato di un processo dei singoli nel quale spesso il tentativo di diversificarsi produce, inconsapevolmente, il risultato opposto di uniformarsi. Una sorta di rinuncia alla propria identità culturale, identità ben ferma e riconoscibile invece, in quelli che sono gli aspetti di inappropriata gestione del “bene comune”.

Tra le opere esposte al Riot ce n’è una che preferisci o che ti rimanda ad un ricordo particolarmente prezioso?

Lultima della serie, la #12, raffigura la spiaggia e le cabine della mia infanzia paradossalmente soprattutto invernale, quando in spiaggia eravamo in pochi a frequentarla tutto lanno. Sono nato ed ho vissuto a Capo Miseno.

I codici nascosti nei tuoi lavori hanno un significato?

No, non hanno nessun significato, e per questo non sono “codici” ma degli stencil sui quali spruzzo colore spray. Ho iniziato ad usarli nel 2010 con lettere singole in alluminio (quelle di tipo militare o marinaro per intenderci); successivamente ho iniziato a tagliare io delle scritte su carta ma erano logicamente monouso. Poi ho scoperto sul web queste maschere stencil che sono un pouna versione più grande dei normografi (mi pare si chiamassero così) che utilizzavo alle medie in disegno tecnico.

Dopo l’esperienza al Riot hai già in serbo delle novità?

Sto lavorando da ottobre dellanno scorso ad un progetto che raccoglie 17 tele. Non è ancora completo ma spero di finirlo entro dicembre. Poi devo capire dove esporle.

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Intervista a cura di Maura Messina