Willie Peyote ci ha contagiato con la sua Sindrome di Tôret

Willie Peyote

Sindrome di Tôret

L’ultimo e nuovissimo album di Willie Peyote – alias Guglielmo Bruno – prende il titolo di Sindrome di Tôret e la forma di un disco rap cantautorale, rifinito con una critica tagliente.

Le aspettative al riguardo erano molte, soprattutto dopo la buona riuscita del lavoro precedente: Educazione Sabauda del 2016. È risaputo che bissare un grande successo, soprattutto così ravvicinato, è complicato: bisogna stupire ma rimanendo se stessi, dire le cose giuste ma senza suscitare l’impressione del “ma ancora?”.


Dicevo che le aspettative erano molte, e sono state soddisfatte tutte.

Cominciando con il titolo: Sindrome di Tôret, che rappresenta un gioco di parole tra la sindrome di Tourette – un disordine neurologico caratterizzato dalla presenza di tic motori incostanti – e le fontane Toret, le fontane pubbliche di Torino, di cui l’autore è originario, con la cannella a forma di testa di toro, dalla cui bocca sgorga continuamente acqua.

Passando, poi, alle basi dei brani: una varietà di generi notevole, che però non disturba, non sconvolge, bensì accompagna i testi, facendo risaltare la voce carismatica e l’efficacia delle parole. Troviamo del jazz, del funky, anche del rock e, su tutto, un rap fluido.

Arrivando, infine, alle canzoni.

Willie Peyote

[Willie Peyote – Guarda la Gallery del concerto allo SMAV]

Il filo logico che collega tutte le tracce è l’argomento attualità, con un focus sul mondo dei social e della libertà di espressione che vi alberga ad ore. Si tratta del qualunquismo dei tuttologi, del populismo che attira likes facili, di una piattaforma in cui “tutti hanno una risposta, però qual è la domanda” nessuno lo sa. Trovano posto quasi tutti i disagi di questa nuova frontiera abbattuta, forse, troppo presto e mai regolarizzata.

Una chicca le citazioni, ne ripropongo due tra tutte: in C’hai ragione tu, dello sketch di qualche anno fa di Louis C.K. celebre per l’espressione “Of course… but maybe…?”, simbolo del cinismo che di barriere, a torto o a ragione, non ne ha.

Invece, in Metti che domani, in cui la parola ricorrente è libertà di espressione e di opinione, che oggi si individua quando e “se ti lasciano scegliere la tua prigione”, e “qualche tempo fa, libertà è partecipazione” con un fondante richiamo a Giorgio Gaber alla sua di La Libertà del 1973.

A distanziarsi momentaneamente dalla tematica centrale è Ottima scusa, che racconta con il solito cinismo l’incontro con una donna non-amata, una “Musa” di poco conto; è un pezzo che rimane in testa e che fa, a suo modo, riflettere. Così come Le chiavi in borsa, che si dedica a raccontare un amore contraddittorio, e La metà di me, un pezzo intimo che è quasi una poesia. E per finire Vendesi, di cui semplicemente voglio citare “Se sai già tutto, chi sono dimmelo te”.

Tirando le somme, non voglio dirvi altro; vi consiglio, però, di ascoltare questo disco, di alzare il volume e concentrarvi sulle parole, perché Willie Peyote le ha scelte veramente bene.

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Francesca Tummolillo