Caparezza – Prisoner 709

Caparezza
Prisoner 709

Mi sembra corretto dirvi che ascoltare e scrivere di questo album non mi ha lasciata affatto indifferente, non poteva essere altrimenti.

Ascolto Caparezza da quando ero una bambina: ballavo Vengo dalla luna con la mia amichetta del cuore delle elementari; ricordo benissimo il foglio in cima alla porta della camera di una cara amica del liceo che recitava “Se pensi che possa cambiare il mondo ti sbagli alla grande, è già tanto se mi cambio le mutande”.

Ho aspettato l’uscita di questo disco per mesi, eppure, quando finalmente è diventato pubblico, non l’ho ascoltato subito. Rimandavo sempre, giustificandomi dicendo di aver bisogno di tempo per un ascolto consapevole, e in realtà avevo il timore di rimanere stranita da quello che è stato per me, in alcuni casi, un mentore.

La sera in cui mi sono messa le cuffie, prima di premere play ho inviato alcuni messaggi a certe persone importanti che condividono questa mia passione, e che da settimane mi ripetevano “ma quando ti decidi ad ascoltarlo?”, per avvisarli che avevo preso coraggio.

Vi racconto, qui, cosa ho trovato dopo aver finalmente avviato la riproduzione.

Caparezza – Prisoner 709

La prima scelta degna di nota è quella del titolo dell’album: Prisoner 709. La prigione di cui Caparezza racconta è un carcere mentale, e si comprende dal fatto che i temi affrontati sono molto riflessivi e più intimi rispetto agli album del passato: mancano l’ironia tagliente e la satira che hanno caratterizzato i lavori precedenti, a favore di considerazioni sulla carriera e su se stesso.

L’incontro-scontro tra artista Caparezza e uomo Michele si evince anche dal numero 709: 7 sono le lettere che compongono il nome Michele e 9 quelle di Caparezza, che si sovrappongono e contrappongono in ogni traccia, si tratta di una continua sfida e scelta tra i due con il rischio di cadere prigioniero del proprio ruolo: “Cantavo per fuggire dal mondo in un solo slancio, ora che cantare è il mondo, ne sono ostaggio”.

Caparezza – Prisoner 709 – Le tracce

La traccia che apre l’album si intitola Prosopagnosia,  termine che identifica un deficit a causa del quale non si è in grado di riconoscere le fattezze anche di persone care; ed è un riferimento ad una lettura di Caparezza, L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello di Oliver Sacks ― un saggio medico del 1985. In questo caso specifico si tratta di una auto-prosopagnosia, ovvero di un’incapacità di riconoscersi: “If you call my name I don’t recognize it, if you look at my face I don’t recognize it.
Da qui parte il viaggio introspettivo di Caparezza, verso una convalescenza tanto sofferta quando desiderata.

Il secondo pezzo dà il nome all’album e ci permette di chiarire a cosa pensi Caparezza quando titola Prisoner il proprio lavoro: “Io sono il disco, non chi lo canta, sto in una gabbia e mi avvilisco”. Il riferimento è rivolto ad un celebre esperimento di psicologia sociale dello psicologo Philip Zimbardo, avvenuto nella prigione di Stanford; ad alcuni studenti universitari fu assegnato il compito di interpretare per due settimane il ruolo di guardie e di prigionieri. L’esperimento venne interrotto dopo meno di una settimana, perché nessuno riusciva a razionalizzare e liberarsi dal ruolo che gli era stato assegnato: le guardie erano diventate violente, mentre coloro che recitavano la parte dei detenuti accettavano passivamente ogni pena inflitta.

Caparezza – Prisoner 709

La terza canzone La caduta di Atlante si richiama ad uno dei miti greci che preferisco, quello dell’amore sfortunato di Atlante per Dike, la dea della giustizia. Atlante, innamoratosi della divinità, cercò di conquistarla con un’offerta di potere e di ricchezza, ma Dike rifiutò lui e le sue proposte. Atlante cercò di rincorrerla ma cadde e venne schiacciato dalla Terra che fino a quel momento aveva tenuto sulle spalle. Il ritornello racconta: “Del giorno in cui mi cadde il mondo addosso ricordo tutto, pure l’ora e il posto, il contraccolpo, poi la stretta al collo”.

Questo giorno, di cui Caparezza scrive è il giorno in cui si è reso conto di essere malato di acufene, ed è intorno a questa malattia che effettivamente si snoda l’album. L’acufene è un disturbo uditivo caratterizzato da fischi, pulsazioni, ronzii che vengono percepiti tanto fastidiosamente da danneggiare la qualità di vita dei soggetti che ne sono affetti. Si tratta di un fenomeno soggettivo, che risponde ad una scala che va da “lieve” a “catastrofico”, arrivando ad interferire con il sonno e le attività quotidiane.

Caparezza comincia a soffrirne nel 2015, e penso che possiamo tutti immaginare quanto questa problematica sia difficile da affrontare, soprattutto per qualcuno che viva di musica. Da questo riferimento nel terzo brano, capiamo perché Caparezza in Prosopagnosia dice di non riconoscersi, e si delinea un percorso di guarigione attraverso le tracce che rappresentano una reazione alla malattia.

Caparezza – Prisoner 709

Il brano che rappresenta la svolta è Una chiave: Caparezza parla ad un se stesso più giovane, che forse ogni tanto ancora oggi bussa alla sua porta. Cerca di trasmettergli le sicurezze e il coraggio che non aveva, o forse in parte sì dato che “Chi dice che il mondo è meraviglioso non ha visto quello che ti stai creando per restarci”.

Seguono la canzone che tanto sta passando in radio in questi giorni, Ti fa stare bene, e il pezzo che vede la collaborazione con Max Gazzé, Migliora la tua memoria con un click.

La decima traccia è sicuramente quella più intima e racconta, appunto, la storia della malattia di Caparezza, che qui cita direttamente l’acufene. Il titolo è Larsen, che in pratica è un feedback acustico, per esempio il fischio che si avverte quando il microfono è troppo vicino all’altoparlante.

Ci presenta l’acufene così: “L’ho conosciuto tipo nel 2015, visto che ancora ci convivo, brindo, quindi cin. Da allora nei miei timpani ne porto i sibili, ogni giorno come fossi di ritorno da uno show degli AC/DC. Larsen fischiava per la mia tensione un po’ come si fa con i taxi. Senza una tregua, una continuazione, ma come si fa a coricarsi?”.

Rappresenta, chiaramente, un problema anche per il lavoro: “Sentivo fischi pure se il locale carico applaudiva, calo d’autostima, non potevo ascoltare la musica come l’ascoltavo prima”. Si tratta di uno scontro difficile, che capiamo deve essere stato davvero sconfortante: “So come ama Larsen e so com’è ammalarsene, so che significa stare in un cinema con la voglia di andarsene. Contro Larsen, l’arsenale, non pensavo m’andasse male, solo chi ce l’ha comprende quello che sento nel senso letterale. E poi non mi concentro, mi stanca, sto invocando pietà, Larsen”.

Caparezza – Prisoner 709

Il percorso verso la liberazione dalla malattia e dalla sua prigione prosegue con Sogno di potere andare via, guarire appunto, mentre in Minimoog si vede circondato da medici che provano a curarlo.

L’ultima traccia dell’album rappresenta l’accettazione della patologia. Il brano riprende sia il ritornello del pezzo di apertura ― senza le strofe, quindi senza la voce di Caparezza   sia il titolo leggermente modificato Prosopagno sia!

Infine, un’ultima chicca è data dalla ghost track, che comincia al minuto 7:09 dell’ultima traccia. In realtà le opinioni al riguardo sono divergenti, io per dovere di cronaca ve le riporto entrambe: c’è chi sostiene che si tratti di Tinnitus Retraining Therapy, una terapia per contrastare l’acufene; chi invece pensa sia una trasmissione sstv (Slow Scan Television, o Televisione a Scansione Lenta), che permette di inviare immagini a distanza ― vi lascio al video dove poter vedere con i vostri occhi e valutare di conseguenza 

Dopo un’ora e più di ascolto (e riascolto) dell’album alcune dinamiche mi sembrano chiare. Innanzitutto, non basta un’ora per comprendere tutto quanto Caparezza dice in questo lavoro: dalla scelta delle parole, al messaggio che trasmettono. È un album complesso, sia nel senso di difficile, sia nel senso di articolato. Richiede un’immersione negli ultimi anni di vita del suo autore, un’intimità che esclude gli ascoltatori distratti: non penso, semplicemente, che questo sia un album accessibile a tutti. E per fortuna.

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Francesca Tummolillo

Caparezza – Prisoner 709 ultima modifica: 2017-12-28T16:40:46+00:00 da Francesca Tummolillo