Mindhunter: I Cacciatori della mente

Mindhunter: I Cacciatori della mente

Mindhunter

Un uomo nasce malvagio o lo diventa?

Questo è uno degli interrogativi che da anni la psicologia si pone, e la serie televisiva in oggetto cerca di costruire una possibile risposta.
Mindhunter (già rinnovata per una seconda stagione) è stata ideata da Joe Penhall, ed è prodotta e diretta per quattro episodi da David Fincher. È disponibile su Netflix dal 13 Ottobre 2017, ed è tratta dal libro Mindhunter: La storia vera del primo cacciatore di serial killer americano, scritto da Mark Olshaker e John E. Douglas.


La vicenda è ambientata nel 1977 e racconta la storia di un negoziatore frustrato dell’FBI, Holden Ford, che decide di studiare e comprendere la natura e la psicologia degli assassini. Il nostro, insieme al navigato agente Bill Tench e alla psicologa Wendy Carr, lavorerà per ideare quella che poi diventerà la profilazione criminale: da qui nasce la celebre ed inquietante definizione di serial killer.


Ford si reca in varie prigioni degli Stati Uniti per conoscere ed intervistare i più famosi pluriomicidi, ormai condannati, che stanno scontando la loro pena. Diversi i serial killer citati dalla serie: da Charles Manson fino a Ed Kemper, Richard Speck e Jerry Brudon.

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Per la prima volta l’FBI decide di combattere il male dall’interno, entrando dentro la mente del serial killer, per prevenire casi di omicidi futuri.

La presenza di David Fincher è sicuramente rilevante per la cifra stilistica di questa serie: l’irrequietezza dei personaggi si traduce in una messa in scena iperrealista dai toni freddi e desaturati, dove la precisione formale regna incontrastata, quasi a controbilanciare il caos e il disordine che caratterizzano le menti criminali in questione.

Mindhunter, però, non si configura come un giallo o come una crime story effettivamente compiuta. Non esiste un vero e proprio caso da risolvere che costituisce il motore del racconto, né è presente una forte evoluzione nei rapporti tra i personaggi. I casi sono diversi e per giunta sono già stati risolti, con un’unica grande differenza: ora è tempo di comprenderli. La serie, nonostante la propria frammentarietà intrinseca, riesce a catturare lo spettatore grazie all’eterna dialettica tra l’orrore per gli assassini e la necessità di ascolto e comprensione.

Sintesi efficace è una frase di Roberto Saviano: «Guardare in faccia il male è l’unico modo per combatterlo».

Daniele Morelli