L’esordio dei Verganti è un brivido freddo sulla via di Atlas

Verganti

Atlas

Riuscirà il buon Atlas, dio greco condannato da Zeus a sostenere la volta celeste per l’eternità, a riscattarsi in questa vicenda di tradimenti e vendette punitive?

No! La risposta, banale, è no. Almeno non lo scopriremo durante l’ ascolto di questo disco. ‘Atlas‘, concept album di esordio dei Verganti uscito in ottobre, racconta una storia più profonda e ben lontana dal concetto comune che si cela dietro il nome e la mitologia spicciola che richiama.

Si tratta di vecchie e nuove teorie circa la colonizzazione della terra da parte di una razza aliena, preesistente alla figura dell’uomo moderno come attualmente inteso. Una civiltà evoluta e prosperosa, che troverà una vera o presunta estinzione quando una calamità naturale ne distruggerà ogni traccia. Prima, però, c’è anche il tempo per un’insolita storia d’amore.

La narrazione progredisce (e mai altro termine fu più idoneo) attraverso dieci brani ricchi di richiami ‘cross-tracks’ tipici del genere progressive, sia italiano che nord europeo.

I Verganti si pongono l’ambizioso obiettivo di «proporre musica “colta” in un mondo prettamente “usa e getta” (…) rispettando i canoni del rock progressivo [che, nda] utilizza la melodia del cantato italiano come valore costante in tutti i pezzi». Un bell’impegno.

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Nonostante ‘Atlas’ sia de facto un album d’esordio, non si deve dire altrettanto dei musicisti dietro il progetto. Ognuno, chi più e chi meno, vanta diverse esperienze.

Mettiamo da parte le citazioni musicali, siano esse colte o coltissime, e lasciamo che sia l’orecchio a valutare quante e quali emozioni si percepiscono via via che i brani suonano.

Ogni traccia giova di un titolo che è allo stesso tempo sia lapidario che didascalico. Come una sorta di libretto che aiuta il fruitore ad immedesimarsi senza dover aspettare di cogliere i testi dal canto.

L’intera composizione è caratterizzata da elementi evocativi, sonorità e suoni, talvolta veri e propri versi che catapultano chi ascolta sulla scena, senza troppi filtri. I tempi dispari ed i notevoli incastri ritmici sostengono il fluire delle note. Si distinguono momenti di tensione, marcette, pause decise ed obbligati all’unisono. Non mancano interventi di ‘ambient’ estremo, strumentale che si sublimano in pochi ma decisi assoli di chitarra e piano.Tutto ciò scandisce una piacevole varietà di sensazioni musicali col particolare contributo del basso, sempre avvolgente e pieno.

Non entusiasma la presenza costante della chitarra elettrica che lamenta qualche calo di concentrazione su alcune frasi in distorsione. Risultano meno incisive le linee del canto che, purtroppo, tendono a svanire per la poca vivacità e ripetitività dei versi. Peccato per la presenza pressoché nulla della voce femminile – relegata a pochi interventi e alle armonizzazioni sui cori. Davvero un peccato perché, nei pochi momenti in cui emerge, genera una differenza assai percepibile col suo timbro soave ed impeccabile.

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Un solo neo che potrebbe non raggiungere in alcun modo il popolo dei fruitori «usa e getta» è la quasi totale mancanza di refrain. Se non per i temi ripresi su brani diversi e poche altre eccezioni. L’orecchio necessita di riferimenti di facile reperibilità, altrimenti il concetto stesso dell’album rischia di preoccuparsi troppo di se stesso e troppo poco di chi lo deve percepire attraverso l’ascolto. Difatti ‘Il Distacco’ sembra essere l’unica composizione concepita e sviluppata per essere una canzone, con tutti i crismi, le gioie e i dolori che comporta.

Il bello dei concept-album è proprio questo, nonostante tutto, ognuno può trovare la propria interpretazione attraverso strade diverse e sensazioni forse opposte a quelle suggerite dal compositore. Il tempo (che è anche il brano conclusivo del disco) saprà dirci se i Verganti avranno raggiunto il loro scopo. Resta comunque una buona produzione che lascerà i puristi contenti dei richiami fin troppo chiari al progressive anni ’70. Con qualche azzardo in più e, forse, dei piccoli compromessi, avrebbero superato anche il concetto di «colto» che, ahinoi, preclude a molti di affacciarsi a questo tipo di sonorità e tematiche.

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Mario Aiello