Pillole di ignoranza: Fitness Forever – Tonight (2017)

Pillole di ignoranza
Fitness Forever – Tonight (2017)
Un disco che suona la disco e va sì bene in disco, ma anche a casa in compagnia. Prima, dopo e durante i pasti.

La premessa è questa: metter su il CD dei Fitness Forever e tirar giù un commento all’opera in pieno stile “stream of consciousness”. Riferito ovviamente non alla canzone della famosa band progressive americana, bensì alla tecnica letteraria promossa dall’irreprensibile James Joyce. Mica pizza e fichi.

Per una volta nella vita sono a casa mia. Posso quindi approfittare di una scheda audio modesta e di buone cuffie a risposta piatta, al fine di lasciarmi completamente trasportare dal primo ascolto per ricavarne un parere che oserei definire “puro”. Infatti, nonostante i Fitness forever siano nati a Napoli (dalle mie parti), di cui ho spesso sentito dire, ahimè, non li ho mai sentiti suonare. Prima volta in assoluto. Me misero, me tapino.

L’album, dal titolo Tonight, è uscito il 29 settembre 2017. Terza fatica del collettivo composto da ben sette elementi, segue dopo quattro anni il precedente lavoro, Cosmos. Schiaccio play e comincia il flusso di coscienza.

Fitness forever

Il primo pezzo, che presumibilmente dà anche il nome all’LP, mi invade sin da subito con sensazioni tipiche dei revival anni settanta. Gran cassa su tutti i movimenti, basso che davvero “balla” magnificamente e, tra le aperture di fiati ed archi, emerge la melodia sussurrata da una voce maschile, in inglese. Piacevole e coinvolgente. Le influenze sono innumerevoli e, se andate sulla loro pagina facebook, vi renderete conto che manca solo l’aviaria. Tra quelle musicali, però, c’è di tutto e si sente in ogni armonia, ogni nota. Nonostante ciò è evidente che, in questo caso, si siano orientati prettamente sul genere disco-soul. Non è che scopro l’acqua calda.

Dance boys, seconda traccia, non stravolge l’atmosfera ma cambia l’interprete. Su un tappeto di basso, assieme ad alcuni obbligati suonati all’unisono, viene fuori un rigo armonico che sulle prime ricorda Superstition di Stevie Wonder, ma è solo una lieve reminiscenza. Comincia il canto e il mix si fa accattivante. Stavolta una voce femminile, in italiano. Segue Canadian ranger, in inglese. Volendo si potrebbe essere proprio pignoli nel rammentare gli Who mentre suona l’intro. Si ha l’impressione che questi richiami fungano da ispirazione. Se così fosse, il gioco funziona benissimo. Il gruppo assimila, rende proprio e rimodella con una vagonata di personalità.

A questo punto dell’ascolto mi accorgo brutalmente che ci vorrebbe più cultura di genere per cogliere tutti i richiami e le sfumature dell’album. Cultura di cui sono parzialmente carente e mi sento un po’ Fantozzi quando viene interrogato. “Dicesi” ignorante colui che ignora! Non vorrei fare il Luzzatto Fegiz della situazione ma ci vorrebbe proprio un Luzzatto Fegiz in questa situazione (anche se, a parer mio, forse non è pane suo).

Fitness Forever

Fitness forever

Andrè è il brano che in qualche modo mi ha fatto innamorare: voci maschili e femminili, in napoletano, raccontano le mirabolanti gesta di un barbiere che chissà dove è andato a finire. Io non ho nemmeno i capelli e, nonostante questo, mi sono presto affezionato. Gli elementi percussivi e le maracas vengono fuori dal mix come se le avessi accanto. Non è da tutti. Ciliegina sulla torta, nei vocalizzi sul finire del brano, i cori intonano “pa-ra pa-rà”, che diventano (tradotto dal napoletano) “per apparare”, ovvero, “per rimediare”… che dire, premio nobel per la letteratura! Per capire di cosa si parla è assolutamente necessario ascoltare la canzone. Almeno io l’ho interpretata così e il motivetto di Andrè mi resterà a lungo nella testa.

C’è anche spazio per una strumentale, Port ghalib. Seguono Baby love e Cosa mi hai detto, che ho percepito, soprattutto quest’ultima, come un attimo di riflessione da prendersi per raggiungere con l’opportuna predisposizione gli ultimi due pezzi.

Fitness forever

Arbre Magique, è stata la canzone che mi è piaciuta di più dal punto di vista degli incastri ritmici in funzione all’andamento della melodia del canto. Qualcosa di semplice ma articolato al punto giusto. Probabilmente è la lingua francese che produce questo risultato. Inaspettato e, per quanto non ami il francese (mio limite. Pardon), gradito (“issimo”? “errimo”? Boh!).

Cala il sipario il buon Carlo, che non so chi sia ma pare essere il protagonista del lento che chiude l’esperienza in flusso di coscienza. Piano, atmosfera, qualche crescendo, dinamiche basse. Oserei dire un “classico lento” di fine serata, quello che tiene unite le coppie in pista prima dei saluti. Un congedo che sa di arrivederci, romantico ma mai banale.

Fine.
Concludo con un appunto puramente personale e opinabilissimo (ma è altamente improbabile che qualcuno opini): Album suonato alla grande, prodotto alla grandissima, missato egregiamente e va giù che è un piacere tutto d’un fiato. Un long playing con alcune featuring che finalmente arricchiscono e non snaturano l’idea. L’ho vissuto come la colonna sonora di un ipotetico film surreale e bellissimo, girato un po’ ovunque nel mondo.

Mario Aiello