Reese – Black Russian: un album dai molteplici spunti interessanti

Reese 

Black Russian (2017)

Reese – Black russian

Non ho il coraggio di chiamarle “recensioni”, vista la levatura artistica (presunta) di chi le compila, quindi, la faccenda dei “commenti alle opere” funziona così: Esiste una redazione, alla quale gli artisti o chi per loro affidano il materiale, che compila una lista da dove quelli come me attingono per scriverci, spinti dalla curiosità e dal piacere. Almeno in buona parte dovrebbe essere così.

Mi soffermo su questi bravi ragazzi dei Reese, vado di spotify per un’infarinatura veloce e mi dico: “ah, finalmente un po’ di rock”. Decido di ascoltare tutto il disco come si deve, se lo meritano e me lo merito pure io che ultimamente sto in astinenza di cose fresche.

Black russian, album uscito lo scorso autunno, è composto da tredici tracce. Capperi! mica poche, dato anche il fatto che mediamente si assestano sugli oltre quattro minuti per brano, è un punto a favore che andrebbe assegnato a priori. Ma i conti si fanno sempre alla fine, quindi, andiamo per gradi.

Reese 

Atto primo, Scarecrow Soldiers.  Singolo reso disponibile già dall’estate scorsa. Riff melodico di chitarra in apertura, viene ripreso con dinamiche più sostenute durante la progressione. Leggero, di facile ascolto e l’assolo di chitarra fa molto “buon augurio” per tutto il disco.

Peccato per la scelta del secondo atto, Perfect waitings, che spegne immediatamente quel po’ di grinta e groove necessari a dare la spinta per proseguire oltre col piglio adatto.

Molto più interessante Riptide, alla numero tre, caratterizzata da una strofa più dimessa interpretata in stile Placebo e ritornello vigoroso. Mi è piaciuto il bridge, anche se breve. Si comincia a delineare quella che sarà la falsariga di tutto l’LP, ovvero l’alternanza tra momenti distorti ed altri “clean” o comunque meno pronunciati.

Al quarto posto, Summer Dream, è praticamente divisa in due fasi. La prima è un lento accompagnato da una bella chitarra pulita, un pizzico di chorus e un po’ di tremolo che valorizza il rigo di canto. Pian piano le dinamiche aumentano e qualcosa mi ricorda i Guns ‘n’ Roses primi anni novanta. Purtroppo non sono amante dei gorgheggi vari, tipo “yeah yeah”, “ohuh oh uh”, di conseguenza sul finire ho risentito più del dovuto il voler sottolineare a tutti i costi la melodia che chiude il brano.

Riprende la verve grintosa, si tratta di The soul dress, quinto atto. Un riff semplice ma di impatto che soffre la scelta artistica di muovere così frequentemente le dinamiche delle canzoni. Nel caso specifico tutti, tranne la batteria, lasciano troppo spazio alla voce nel momento “corretto” ma nel modo “sbagliato”. Inconsciamente percepisci che vuoi ancora fare handbanging col riff principale, ma sei costretto a fermarti e non sai perché. Sfumatura molto positiva è la sorta di distacco che si genera tra la strofa e il ritornello molto orecchiabile.

Reese 

Numero sei, Warm nest, sarò brutale ma non mi ha colpito. Ho trascorso i quasi tre minuti che la compongono a chiedermi dove l’avessi già sentita. Anche se comprendo perfettamente l’idea di un pezzo immediato, che duri poco e che lasci un segno, non mi ha destato particolari sensazioni. Mea culpa.

Da qui in avanti, secondo me, il disco “migliora” sotto diversi punti. Uno su tutti la voce. Sulle prime pare non si esprima secondo le reali capacità, al pieno delle proprie forze e potenzialità. I cali di attenzione che si possono notare in principio tendono via via a diminuire.

Siamo dunque giunti al settimo brano, Gravity wave. La chitarra acustica (domanda: profilata? vera? un effetto?) accompagna questo lento con una progressione armonica che viene fuori dai tipici schemi ai quali siamo abituati, mantenendo comunque un’impronta melodica. Lo si evince in modo chiaro sull’obbligato a ridosso dell’assolo.

Il primo sopracciglio si è alzato alla numero otto, On your ego’s shoulders. Qualche tempo dispari mi ha felicemente sorpreso, non me lo aspettavo, mandandomi beatamente un po’ “fuori accento”. Amo il progressive, di conseguenza questi piccoli accorgimenti sono sempre graditi e faccio finta di non aver notato il basso chiamato agli straordinari per riempire un po’ di vuoti.

Perspectives è il pezzo più riuscito come effetto su chi ascolta. Basso incalzante, riff divertente, molteplici influenze musicali ben definite e il piano nel bridge spacca. Va assolutamente sentito a volumi sostenuti. Questa era la nona posizione.

Reese 

Mi ha deluso Black russian, come title track mi aspettavo quel quid in più che le desse personalità, ha pure la maglia numero dieci come Maradona e Messi. Le continue pause, assieme ai frequenti unisono, invece di dare ritmo, lo interrompono continuamente senza però ritornare a chi segue lo stupore o la “gagliardaggine” che in genere si dovrebbe provare. La vera nota dolente, però, è stato avere per cinque minuti il ticchettio del plettro sulle corde in hard panning all’orecchio destro. Questo particolare, l’hard panning, riferito principalmente alle chitarre (distorte e non), a volte è ben architettato e fruibile, altre meno… molto meno.

View from the tree è l’atto undici, mentre al dodici, Cold ashes, è forse l’unica traccia che si discosta dall’impronta data al disco. Già il 9/8 in partenza, ripreso in parte anche nella strofa, aiuta di molto il pezzo a venire fuori. Ho gradito molto l’interpretazione free jazz del finale che conclude ad libitum. Bello.

Chiude Still in piena atmosfera hard rock anni settanta. Organo, interventi di chitarra solista a complemento ed anche la voce pare immedesimarsi maggiormente.

Il forte tratto melodico sulle linee di canto è un elemento distintivo di questo album. Caratteristica che, se usata così massicciamente, può piacere o meno a seconda della platea a cui ci si riferisce. Entusiasma? “Ni”, ma è godibile.

Musicalmente ci sono molti spunti interessanti, nessuno escluso: chitarra, basso, tastiera e batteria. Le cose migliori sono venute fuori quasi tutte nei bridge e/o negli assoli di contorno. Non tutte le canzoni meritavano un posto in hit parade, qualcosa andava escluso.

Mario Aiello

Reese – Black Russian: un album dai molteplici spunti interessanti ultima modifica: 2018-01-29T15:04:26+00:00 da Mario Aiello