Colonnelli: Il thrash metal italiano “Come Dio Comanda”.

Come Dio Comanda (canzoni di sangue ad alti ottani)” è il nuovo disco dei Colonnelli. Scopriamo assieme se, ascoltandolo, bisogna munirsi di flebo o di canna e imbuto.

Come Dio Comanda (canzoni di sangue ad alti ottani) ha visto la luce il 23 Febbraio scorso. Distribuito da (R)esisto, il secondo lavoro dei Colonnelli, è composto da undici tracce in pieno stile thrash metal di metà anni ottanta. Non ho avuto il piacere di sentire Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi, loro disco di esordio del 2015, ma, amando il genere e in particolare la famigerata formazione denominata “gruppo a tre”, punto tutto su questo LP e fa niente se sono impreparato sul resto.

Si parte con Intro che, guarda caso, è una intro caratterizzata principalmente da una marcetta e dal chorus sulle chitarre, almeno sulle prime battute. Effetto, il chorus, che nel metal assurge a ruolo spalla di sonorità clean, pulite, a causa della evidente nota di colore che porta in dote. Esempio esplicativo: Enter Sandman dei Metallica.

Sull’onda ritmica del precedente brano, Amleto, si esprime in un riff martellante che lascia una parziale tregua solo a ridosso dei ritornelli che sono strutturati su accordi più aperti e “ariosi”.

Come Dio comanda è l’estratto che ha preceduto l’album omonimo. Del brano è stato girato anche un video. Sicuramente tra i pezzi più riusciti. La struttura sincopata della frase e le dinamiche variabili conferiscono il giusto ritmo alla progressione armonica e melodica, nonostante comincino a venir fuori alcuni limiti.

I Colonnelli, in V.M. 18 e Sangue ad alti ottani, attingono a piene mani nel mare del thrash americano e partoriscono due pezzi che se fossero figli del 1984/1985 avrebbero avuto ben altre pretese, sia di pubblico che di critica (ribadisco per chi non lo sapesse che i miei sono “commenti alle opere”. Le critiche le fa chi di dovere), anche se i rispettivi motivi sono di natura “new metallica”, oserei chiamarli così. Può sembrare un ossimoro ma se prendiamo Ride the lightining e Death magnetic o, meglio ancora, Hardwired… to self-destruct, troveremmo molti punti in comune per quanto riguarda gli accompagnamenti di strofe e incisi.

Fino a Demoni e viscere non mi sono espresso sui testi. Un motivo c’è ma preferisco prendere, a questo punto, una posizione netta: nel thrash testi e tematiche hanno sempre goduto di una licenza poetica sommaria, di quelle che ascolti, riascolti e infine fai spallucce e vai avanti in quanto, in fondo, frega mai nessuno. In genere è così.

All’impresa (perché di questo si tratta) dei Colonnelli di promuovere il canto in italiano, io non posso far altro che applaudire. Sono sincero. Tuttavia comprendere il messaggio dietro le parole, in questo disco, è quasi da premio nobel all’analisi critica del testo. Un po’ per il vacuo ermetismo, un po’ per la discutibile preferenza di non portare la voce fuori dal mix relegandola a comprimaria degli altri strumenti (basso, chitarra e batteria).

Mio modesto parere: “queste decisioni non pagano una cippa!”. Reputo la scelta della lingua italiana una coccarda da portare fieri al petto, nonché uno dei punti di forza della produzione. Peccato.

Colonnelli

Il blues del macellaio è il primo brano a cui i Colonnelli attribuiscono una sfumatura leggermente diversa rispetto ai suoi predecessori. Anche se i riff, fino a qui, sembrano purtroppo tutti uguali tra loro, senza chiari elementi distinguibili che possano far riconoscere una canzone piuttosto che un’altra (salvo rare eccezioni).

I successivi tre pezzi li ho intesi come un EP a sé stante che dimostra la vera essenza di Come Dio comanda. Finalmente con L’impeto del frastuono viene fuori qualche timida poliritmia sul palm mute. Terzine veloci e alternanza di tempi ternari con altri quaternari, dovrebbero essere l’abc del genere. Il fiore all’occhiello di un album thrash ispirato alla decade più rappresentativa. Se ne sente, ahimè, la massiccia dose mancante. Quasi assente anche quel pizzico di groove collettivo necessario a far viaggiare indomabili e possenti undici tracce come queste. Tuttavia quel poco che ho trovato qui e la è groove “come Dio comanda”. Per la serie poco ma buono.

Interludio è, a mio parere, il tocco di estro per antonomasia dei Colonnelli. Composizione propedeutica al brano successivo, Festa mesta, cover dei Marlene Kuntz. Devo constatare che tale cover si piazza sul podio dei brani più riusciti. Avrei preferito una cover di merda, da pomodori marci lanciati addosso, e qualche inedito con quattro paia di attributi in più.

Il brano finale, Lochness, dai tempi più dilatati e con la responsabilità di essere l’ultima occasione per diversificare la struttura generale, mi ha lasciato in totale silenzio e con l’aspettativa di poter sentire un assolo di chitarra degno di questo nome nel prossimo LP della band.

Cari Colonnelli, lo dico con rispetto, non comprendo in alcun modo come sia possibile che al giorno d’oggi, quando escono cento artisti più o meno nuovi a settimana, sia necessaria una ghost track per manifestare una evitabilissima nota autoreferenziale. Non solo, dato che “non vogliono i nostri complimenti” (cit.), ci adeguiamo e le cose buone che andrebbero sottolineate ce le teniamo per noi ma, il breakdown di Domination dei Pantera, no! Un inno all’ego sviluppato anche con il meglio di altri artisti è proprio come dividere per zero in matematica. Non l’ho percepito come un omaggio o quant’altro. Chiedo venia.

Concludo riassumendo in due parole: un incompiuto.

I suoni sono anche parecchio ben fatti. Le chitarre “crocchiano” che è un piacere e la batteria ha sempre, e ripeto sempre, quel quid in più in quanto a grinta e concezione del pezzo. Se manca “groove” non è colpa sua. La voce graffiante e cruda al punto giusto, ottima per il thrash anche se non di notevole estensione, viene troppo penalizzata dal mix mentre il basso è praticamente non pervenuto. Intendere la linea in chiave di Do come binario parallelo a quella in chiave di Sol (sempre) ormai non ha più tanto senso.

Come Dio comanda dei Colonnelli poteva essere davvero devastante (in senso buono), facendo le dovute proporzioni, ma si è perso strada facendo incatenato a fasi alterne e da piccole difficoltà che alla fine hanno fatto la differenza sul risultato.

Ora, per curiosità, vado a sentire come suona il loro primo disco.

Mario Aiello

Colonnelli: Il thrash metal italiano “Come Dio Comanda”. ultima modifica: 2018-04-10T13:28:10+00:00 da Mario Aiello