Look Closer: L’esordio dei Phantomatica in visione intima

Phantomatica. La band alternative rock marchigiana ci invita a dare uno sguardo più da vicino al loro primo disco “Look Closer”. Dieci tracce per scoprire come suona questo esordio e cosa ha in serbo per noi appassionati ascoltatori.

La prima cosa che mi ha colpito dei Phantomatica è stato lo slogan scelto per il loro album di esordio: “il rock visto da vicino (…) esce Look Closer”. Non so chi gli scriva queste cose ma la vena polemica sulla mia fronte si è subito rigonfiata, pulsando con vigore, manifesto di una precoce ipertensione. Il dubbio nasce non tanto per il messaggio che ha un suo perché e non fa una piega, ma per quel “rock visto da vicino” che odora di pretestuoso. Scopriamo assieme se è così oppure ho solo dimenticato di prendere le medicine. 

Il disco, traccia per traccia

Il primo pezzo si intitola Drop It, estratto che anticipa il lavoro discografico, di cui è stato anche prodotto un video. Posizionato al numero uno, eredita, assieme all’elaborazione probabilmente pre-impostata di assurgere a ruolo di apripista, anche le aspettative che ne derivano: alcune centrate in pieno, altre disattese. Il concetto si spiega parafrasando un po’ a senso il testo stesso dei Phantomatica, ovvero che per ogni occasione persa, ce ne viene data un’altra che rappresenta esattamente quella di cui avremmo avuto bisogno. Tradotto significa che c’è ritmo, le chitarre armonizzano il riff principale, si canta in inglese e il basso fa il basso. Coinvolgente.

Per quanto si rasenti la fiera dell’ovvietà, penso che una distorsione non sia condizione sufficiente (nello stesso modo in cui non è nemmeno necessaria) per avvalersi dell’etichetta “Rock”. Le sonorità sono più orientate verso un “elettro-qualcosa”, forse “pop”. Il termine non indica in alcun modo un’accezione negativa, in virtù della concezione più variegata, e a tratti robusta, che è molto diversa da quella di venti anni fa. Purtroppo pare sia ancora un tabù: repetita iuvant.

Con Impossible Possibility, Revelation e tratti di Phony Tail si apre un ciclo che tutto è tranne che rock. Sembro impazzito o incaponito su questo affare ma non è così. Cerco di spiegarmi. Ponendo come assolutamente legittimo, in un disco di dieci tracce, delineare dei piccoli “concept interni”, non mi spiego perché dopo un avvio sostenuto e vivace si sia deciso di virare subito sul “blando”, “blandissimo”… “blanderrimo”. I restanti sei brani cominciano a inviarmi messaggi subliminali di dubbia natura.

Ribadisco che come una rondine non fa primavera, una distorsione, da sola, non sposta niente. Avrei preferito che i Phantomatica avessero contestualizzato e comprendo bene perché sia stato necessario ravvivare il ritornello di Phony Tail. Si rischiava l’effetto ninna nanna già alla quarta canzone. Per fortuna verso il minuto 1:30 una piccola scintilla appare e col tratto “hair” tipico degli anni a cavallo tra i ‘70 e gli ‘80 sprizza un bel po’ di vivacità.

Phantomatica

Look Closer è sì uno “sguardo da vicino”, intimo, ma, fin qui, non propriamente rock. Con tutta l’immensità che tale parola si porta appresso. Chiusa una trilogia e mezza, si apre un remake con conseguente versione 2.0 che, grazie a Dio, è uno dei rari casi in cui il “2” è meglio dell’ “1”. Tipo Terminator.

Bittersweet Pain, in ricordo dei tempi d’oro dell’amato Richard Ashcroft (in parte quando stava ancora nei The Verve), non spicca per piglio ma suona bene, si lascia ascoltare. Tema principale rispettato ampiamente e tempi dilatati, forse troppo.

Bittersweet Pleasure, dopo quindici minuti esatti di impantanamento rompe gli indugi e, in pieno stile The Deviants declinato in modo moderno, riporta energia e quel carattere che si era sbiadito durante la progressione dell’LP. C’è spazio per qualche sommessa spolverata di psichedelia , minima ma dosata a modo.

Alla numero sette troviamo Sailor. Ormai ho capito che determinati ascolti non vanno mai fatti, e perpetrati oltre modo, di lunedì mattina. Soprattutto quando siamo ad Aprile e sembra ancora inverno. Nella mia testa mi fingo il produttore dei Phantomatica (che ho poscia scoperto non avere perché si sono autoprodotti. Onore al merito) e lo faccio andare a circa una volta e mezza la velocità normale: non dico fatelo, ma provateci. Funziona.

L’idea testarda di tenere più o meno tutto molto “lento”, anche se il titolo del disco parla chiaro, secondo me, non ha pagato. Ha ottenuto il risultato, forse opposto, di mettere in risalto le canzoni con dinamiche più sostenute e grintose. Il vero asso nella manica della band, il meglio che hanno da offrire. Per fortuna, nota a margine, si placa finalmente la distorsione sulla chitarra alla maniera di Matthew Bellamy: i timpani ringraziano.

Scorrono via senza particolari attenzioni Nosedive e Mr. Nobody.

Capitolo completamente a parte per il brano che chiude, degnamente, Look Closer: I Am The Only One.

Questa canzone rappresenta esattamente la sintesi perfetta, vera, dei Phantomatica. A mio parere il pezzo meglio concepito e partorito, nonché il più lungo (sarà un caso?). Mitiga la diversità di influenze da cui hanno attinto e il risultato nel processo creativo valorizza la produzione con un colpo di coda inatteso ma efficace. I punti di forza sono la velata semplicità e il modo diretto con cui il brano si pone all’ascoltatore. Meglio di altri in cui sono state investite, magari, più energie o con dietro un maggiore lavoro di arrangiamenti e/o quant’altro. Chiude in bellezza, con un filino di ritardo, ma si può serenamente perdonare.

La risposta al quesito iniziale qual è? L’uso de il rock visto da vicino” è davvero pretestuoso? Su “rock” direi sì e no. A tratti evidente e luminoso come il sole, per altri molto, molto meno, evanescente. Evanescente che si rimodella in altre forme di uguale forza espressiva. Per la concezione contemporanea che si ha del genere, lambisce il morbido più che il duro, ma nelle fasi concrete si fa sentire granitico.

Tutti i brani, con fortune alterne, hanno una logica di canzone solidissima, qualche piccolo vuoto su cui sorvolare con fiducia. La linea melodica del canto è ben concepita i ritornelli orecchiabili aiutano l’ascolto di tutto l’album in un’unica soluzione. Giusta la chitarra solista e preciso il comparto ritmico ma l’importanza di un basso che ragiona in semplicità e, ogni tanto, fuori dallo schema precompilato, si pone una spanna sopra gli altri.

Dalla loro pagina Facebook scopro che si dichiarano apertamente “alternative rock”. Io vado a prendere le medicine, ok, ma non solo è riduttivo il lapidario “alternative rock”, pure un po’ paraculo.

Mario Aiello

Look Closer: L’esordio dei Phantomatica in visione intima ultima modifica: 2018-04-24T12:46:21+00:00 da Mario Aiello